Accompagnare la figlia e consegnarla al suo carnefice è un atto che non merita clemenza. Un atto che fa accapponare la pelle per la crudeltà compiuta dai genitori di Saman che per ragioni di etica e di rispetto dell’onore, non può essere giustificato in qualsiasi latitudine del mondo.
Pur capendo le tradizioni pachistane e il rispetto della parola data, nulla può giustificarlo (ricorderete che Saman si era innamorata di un ragazzo diverso da quello che i genitori (pater familias) avevano individuato per lei e per il quale si erano impegnati moralmente nei confronti di alcuni loro connazionali).
Non un atto d’impeto
“L’omicidio di Saman non è da considerare un atto d’impeto, o comunque estemporaneo ma una decisione premeditata per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza, che intendeva vivere secondo canoni sociali diversi da quelli di origine”.
È quanto scrivono i giudici della Prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza che ha reso definitive le condanne per l’omicidio di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 a Novellara di Reggio Emilia.
Le condanne definitive
I supremi giudici a luglio hanno rigettato i ricorsi dei familiari imputati confermando i quattro ergastoli inflitti il 18 aprile dello scorso anno dalla Corte di Appello di Bologna ai genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen e ai cugini Noman Ul Haq e Ijaz Ikram, accusati di omicidio e soppressione di cadavere, e i 22 anni di reclusione decisi per lo zio, Danish Hasnain, che in primo grado era stato condannato a 14 anni, riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti, valutate equivalenti alle circostanze attenuanti generiche già concesse per la collaborazione prestata per il ritrovamento del corpo.
Un atto corale e premeditato
La sentenza aveva accolto quanto chiesto dalla procura generale della Cassazione, con l’avvocato generale Marco Dall’Olio, che aveva sottolineato nella requisitoria di trovarsi davanti “non a un delitto d’impeto ma a un’azione premeditata. Che Saman non potesse decidere da sola è chiaro, manifesto, la ricostruzione dei fatti è inequivoca. Saman, anche se maggiorenne, non poteva decidere da sola della sua vita, non poteva avere una vita propria. Una storia agghiacciante, un atto corale e premeditato”.
Il ritrovamento del corpo
Saman fu uccisa nel vialetto davanti a casa e sepolta in una buca a poca distanza dall’abitazione familiare a Novellara. Ad allertare le forze dell’ordine era stato il fidanzato della 18enne. Il corpo della giovane venne ritrovato un anno e mezzo dopo, il 18 novembre del 2022, dopo che lo zio fuggito all’estero e catturato a Parigi indicò agli investigatori il luogo dove era stata sepolta.
Il movente e le chat
“La Corte distrettuale valorizza, in modo ineccepibile, una convergenza di elementi antecedenti, concomitanti e successivi al delitto – scrivono i supremi giudici – l’esistenza di un chiaro movente (di contrasto violento alle scelte di vita della figlia, confliggenti con il proprio recepito modello di esistenza e di vita, e alla decisione di lei di abbandonare definitivamente la casa familiare) e la concretizzazione del movente stesso, nel momento in cui l’imputato (Shabbar Abbas ndr), la sera del 30 aprile 2021, prende visione delle chat della ragazza – si legge in un passaggio delle 100 pagine di motivazioni – i contatti telefonici preparatori tra l’imputato e il fratello Hasnain, come tali chiaramente identificabili, siccome assolutamente inconsueti per frequenza, durata ed orario nell’ambito della ordinaria routine familiare, e altamente predittivi della concertazione finale”.




