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La scoperta del relitto della nave romana di Albenga – Il primo scavo subacqueo in Italia


Tempo di lettura 6 minuti

L’esperto ci racconta

Il nostro esperto di Archeologia ed Archeologia subacquea, Dott. Daniele Venturini, ci racconta di un altro tesoro sommerso nelle acquee italiane.

Il Dott. Ph.D. Daniele Venturini, Archeologo. E’ Dottore di Ricerca Internazionale – Università Politecnica di Valencia (ES) , presso la Facultad Bellie Artes in: ” Ciencia y Restauración del Patrimonio Histórico – Artístico” e ha maturato un Master in Didattica, Divulgazione e Nuovi Media nell’Antichità; con Perfezionamento in Tecniche della Comunicazione presso l’Università di Ferrara.

il museo della nave romana di Albenga

Dedica a Nino Lamboglia, il padre dell’archeologia subacquea italiana

Non è possibile parlare di scavi subacquei senza nominare Nino Lamboglia, e la nave romana di Albenga, per questi motivi desidero dedicare questo articolo al grande Archeologo e studioso italiano sopra menzionato, padre dell’archeologia subacquea italiana. Morì all’età di 64 anni, annegato in seguito ad un incidente, la sera del 10 Gennaio 1977, mentre era alla guida del suo autoveicolo in compagnia del collaboratore Giacomo Martini, tratto in inganno dal buio e dalla folta nebbia, durante le manovre per salire sulla rampa di accesso di un traghetto sbagliò direzione, precipitando nelle acque del mare. La sua prematura morte lasciò un grande vuoto nel mondo accademico e tra i suoi studenti. Gli è stato dedicato un museo di archeologia marina in Sardegna sull’Isola della Maddalena, dove sono raccolti reperti recuperati da Lamboglia nei pressi dell’Isola di Spargi, facente parte dell’arcipelago di La Maddalena.

Chi ha scoperto il relitto

La scoperta della nave romana di Albenga si deve al pescatore locale Antonio Bignone che nel 1925 recuperò nelle sue reti tre anfore romane.
La posizione del recupero fu indicata a circa 1 miglio dalla costa a circa 40 metri di profondità.

 

Ricostruzione in sezione longitudinale della nave della nave romana di Albenga

Il primo intervento di scavo

Il primo intervento di scavo e recupero del relitto risalgono al 1950 eseguito dalla ditta SORIMA, reduce del recupero dell’oro sul relitto Egypt cassa di bordo.
Furono recuperate circa 1000 anfore, in gran parte rotte nella parte superiore, ( cause probabili: reti a strascico ma anche la benna di recupero dell’Artiglio).

In realtà quel primo tentativo di recupero fu criticato; alla luce dei risultati ottenuti si trattò in effetti della prima presa di coscienza del significato che l’archeologia sottomarina veniva ad acquistare nell’interpretazione dei numerosi problemi, non soltanto relativi alla conoscenza dei materiali antichi ma anche e soprattutto alla conoscenza della tecnica di costruzione navale, alle rotte di navigazione e del commercio dell’antichità.

Dopo il recupero delle navi di Nemi,  i lavori effettuati sulla nave Romana di Albenga rappresentava il primo vero tentativo di scavo di un relitto in Italia. Soltanto nel 1957, con la creazione del Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina Albenga, da parte dell’archeologo Nino Lamboglia, si iniziarono i primi rilevamenti del relitto.

Uova di calamaro nelle anfore romane (relitto di Albenga)
Anfore Romane (relitto di Albenga.)
Nino Lamboglia sulla nave Artiglio. Si notano diverse anfore
Nave d’appoggio Artiglio
Nino Lamboglia

Chi era Nino Lamboglia

Nino Lamboglia, nasce a Porto Maurizio (Imperia) il 7 agosto del 1912. Lavora per la soprintendenza come ispettore aggiunto occupandosi delle antichità liguri; nel dopoguerra si occupa di scavi e ricerche sottomarine in altre regioni italiane come in Sicilia e a Roma. Diventa socio dell’Associazione Italiana Biblioteche, della Società Ligure di storia patria, dell’Accademia Ligure di scienze e lettere, corrispondente dell‘Istituto Nazionale di studi romani. Fa inoltre parte dal dopoguerra in poi del Comitato regionale della Sezione di Genova. È considerato il padre dell’archeologia subacquea italiana. Col suo cognome, viene identificata un’anfora: Lamboglia 2,

L’eredità che Nino Lamboglia ha lasciato, agli studiosi di archeologia e della storia è molto importante. Personalmente penso che, la ricerca in generale, ha bisogno di coraggiosi “pionieri”, di nuovi metodi di indagine, proprio come è stata la sua vita professionale. Lamboglia era convinto che per ricostruire nel modo più veritiero possibile la storia di una civiltà e, del territorio nel quale si è formata, e trasformata, occorre studiare non solo per le “fasi classiche” ma anche i periodi preistorici, e similmente per quelli tardo-antichi e medievali. Nino Lamboglia non ha mai prediletto una fase storica rispetto ad un’altra, ha studiato con uguale interesse e rigore scientifico, tutte le epoche storiche.

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Disegno Anfora Lamboglia 2

Adozione del sistema di quadranti per il rilievi

Nel 1961 si affrontò il rilevamento ufficiale della nave adottando il sistema di quadri di rilievo in tubi rigidi formanti una rete di copertura sul relitto, a maglie di cm 150×150, che attraverso un sistema di ingrandimento fotografico in scala di tutti i 7 quadrati (192 per l’esattezza) e il loro fotomontaggio diede le misure reali del cumulo di anfore emergente dal fondo: 26 mt. di lunghezza e 7.5 di larghezza.

Lo scavo iniziò subito dopo al rilevamento e lo stesso permise di accertare che vi era stato, subito dopo il naufragio della nave, un rapido insabbiamento del fondale e un riempimento di fango proveniente dal fiume Centa che fino agli inizi del Trecento sboccava di rimpetto al relitto.

I risultati più importanti furono raggiunti durante le campagne degli anni 1970 – 1971.
Durante queste campagne si poterono costatare che gli strati di anfore erano come minimo quattro, la scoperta di tre ordinate ( larghe 14 – 15 cm e alte 12 cm ) distanti 10 cm tra di loro nonché la scoperta della lamina di piombo con la chiodatura in rame che fasciava il fasciame esterno, la scoperta della ceramica a vernice nera facente parte del carico impilata negli spazi vuoti tra le anfore ( la ceramica probabilmente era imballata con materiali leggeri, paglia o altro, e attorno ad essa frammenti di pietra pomice anch’essa come le anfore e le ceramiche di provenienza campana.

Metodo di incastro “ nido d’ape” delle anfore a bordo della nave. Museo della Nave Romana di Albenga
Teca contenente il modellino della nave romana di Albenga. Sullo sfondo si vedono le anfore vinarie
Sezione Nave romana di Albenga

Lo scavo permise altresì di individuare l’albero maestro che aveva un diametro di circa 50 cm. seguito dei risultati dello scavo si accertò che la nave Romana d’Albenga era lunga circa 40 m., larga almeno 10 m. e le anfore trasportate dovevano essere almeno 10.000.

Teniamo conto che le anfore pesano vuote kg 21.5, che il loro contenuto era di 26 litri, ogni anfora pesava all’incirca 45 kg., quindi la nave aveva una portata di 450 tonnellate. Ancora oggi questa nave costituisce uno dei più grandi relitti di navi onerarie romane conosciute nel mediterraneo.
Per il tipo di anfore rinvenute sul relitto ( Dressel 1b e poche anfore di forma Lamboglia 2), il tipo e la forma delle ceramiche rinvenute si è potuto collocare il relitto nel primo decennio del secolo I a.C.
Tra i materiali del carico sono stati recuperati 8 elmi bronzei, che potrebbero indicare la presenza di una scorta armata a bordo.
E’ ormai diventata famosa la “ruota di manovra” in piombo trovata dai palombari dell’Artiglio, ancora oggi di dubbia interpretazione, e il corno in piombo che secondo Lamboglia avrebbe fatto parte della testa di un animale che doveva decorare la prua di questa magnifica nave .

Bibliografia:

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