• Mar. Ago 3rd, 2021

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"Criminalmente Bella"

La battaglia delle Egadi: Roma sconfigge Cartagine e diventa padrona del Mediterraneo. I relitti rinvenuti a 80 metri di profondità.


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L’esperto ci racconta

Il nostro esperto di Archeologia ed Archeologia subacquea, Dott. Daniele Venturini, ci racconta di un altro tesoro sommerso nelle acquee italiane.

Il Dott. Ph.D. Daniele Venturini, Archeologo. E’ Dottore di Ricerca Internazionale – Università Politecnica di Valencia (ES) , presso la Facultad Bellie Artes in: ” Ciencia y Restauración del Patrimonio Histórico – Artístico” e ha maturato un Master in Didattica, Divulgazione e Nuovi Media nell’Antichità; con Perfezionamento in Tecniche della Comunicazione presso l’Università di Ferrara.

Cronologia degli eventi

Tra i secc. VIII e III a. C. l’arcipelago fu occupato dai fenici-cartaginesi, che sulla costa occidentale della Sicilia fondarono le città di: Mozia e di Trapani. Nel 241 a.C. le isole, furono teatro di una battaglia navale tra romani e cartaginesi, che si contendevano la supremazia sulla Sicilia. I Cartaginesi, avevano conquistato quasi tutta la Sicilia, nella parte occidentale dell’isola possedevano la strategica città di Lilibeo (Marsala).

La battaglia delle Egadi

Nel 241 a. C. i Cartaginesi, guidati da Amilcare, decisero di assediare Erice, posto su un monte, che consentiva di tenere sotto controllo la circostante pianura di Drepana (Trapani) ed il vasto mare Mediterraneo, fino alle coste africane. L’intervento della flotta romana in questa prima guerra punica fece cambiare gli eventi. Appena arrivate le navi romane, comandate da Gaio Lutazio Catulo, si sistemarono lungo la costa tra Drepana e Lilibeo, al punto che i Cartaginesi impegnati nell’assedio di Erice, diventarono a loro volta assediati dai dagli uomini di Catulo, avendo perso la comunicazione con Cartagine. Per liberare Amilcare ed i suoi soldati, impegnati nell’assedio, Cartagine allestì una flotta comandata da Annone, che il 10 marzo del 241 si diresse verso l’isola di Hiera Marettimo. Su questa vicenda vi sono alcune versioni che a loro modo spiegano come i romani abbiano potuto venire a conoscenza della partenza della flotta cartaginese.

Una versione ci racconta che i romani acquartierati a Erice, avrebbero visto le vele delle navi mentre lasciavano il porto di Cartagine. Altra versione, sostiene, che potrebbe essere stata una guarnigione romana appostata a Hiera, ad avvisare il comandante romano che le navi di Annone, cariche di armi e viveri per i soldati cartaginesi oramai assediati a Erice, stava sostando a Hiera, aspettando che il vento diventasse favorevole per poter puntare le prue su Drepana e affrontare la flotta romana.
Sembra che il comandate romano intuì la rotta delle navi cartaginesi e, pur avendo il vento di Libeccio contro, sapeva di non poter manovrare più agilmente le proprie navi, prive di carichi; perciò decise di andargli incontro per un attacco a sorpresa.
Il punto esatto dove è avvenuta la battaglia non è ancora stato individuato con precisione. Si possono fare delle ipotesi: nel canale tra Phorbantia (Levanzo) ed Aegusa (Favignana), oppure tra Aegusa e le isole dello Stagnone. Si è fatta avanti una nuova ipotesi fatta dalla Dott. Maria Ida Gulletta, che potrebbe essere presa in esame:

essendo la costa da Drepana a Lilibeo pattugliata dalle navi romane, i cartaginesi, lasciando Hiera fecero probabilmente rotta per Capo Grosso a nord di Phorbantia in modo da raggiungere Bonagia località vicinissima a Drepane, e da lì ricongiungersi alle truppe cartaginesi assediate a Erice.

La battaglia delle Egadi.

L’attacco a sorpresa della flotta romana fu vincente

I romani si posizionarono dietro la punta di Capogrosso, estremità settentrionale di Levanzo, in agguato. I cartaginesi colti di sorpresa, li videro quando già la flotta romana in inferiorità numerica, ma meglio armata, gli era addosso, creando grande scompiglio. L’attacco fu micidiale: le navi romane ruppero, con i rostri, le fiancate di molte imbarcazioni cartaginesi affondandole. Altre si affiancarono alle navi nemiche rompendo tutti i remi di un lato, rendendole ingovernabili, per poi assaltarle con il “corvo”, una passerella arpionante su cui salivano i fanti. Catapulte lanciavano, come “molotov”, anfore incendiarie sulle navi cartaginesi, che in breve tempo, venivano sopraffatte dalle fiamme e affondavano.

La fine di Annone

Nello specchio di mare antistante Capo Grosso, a nord di Levanzo, dove i romani si erano appostati con le loro navi, da decenni, vengono scoperte anfore, ancore, armi antiche, degli elmi con decorazione risalenti all’epoca di questa battaglia navale, questi rinvenimenti sembrano confermare questa ipotesi. Alcuni storici romani riportano che la flotta romana era composta di almeno 200 navi (altri storici romani parlano di 300) e quella cartaginese di circa 300 navi. Della flotta cartaginese, 50 navi furono affondate e 70 catturate. Anche i Romani persero un numero elevato di navi: si calcola che, in totale, le navi affondate complessivamente siano state un centinaio. I soldati morti da entrambe le parti in totale furono 14.000.
Alla fine della battaglia i romani fecero 10.000 prigionieri tra le file dei cartaginesi. Questa battaglia navale fu considerata così disastrosa dai cartaginesi, che Annone fu dichiarato incapace e traditore della patria, per questo condannato a morte dai suoi connazionali.

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Le ricerche

Nel corso del 2019, le ricerche sui fondali delle isole siciliane, condotte con la nave oceanografica Hercules, sono stati scoperti altri reperti che vanno ad arricchire la conoscenza della storia antica. Nelle tre settimane di indagini, sono state individuate 68 anfore greco-italiche, due Dressel, quattro puniche e quattro piatti. Sono stati, inoltre, individuati e recuperati, sempre nello stesso areale, alla profondità di 80 metri, dai subacquei della Gue, due elmi del tipo “Montefortino” di ottima fattura.

Recupero di un rostro nel mare delle Egadi

Cos’è e a cosa serve il rostro nella navi da guerra dell’antichità?

In latino “rostrum”, è quello sperone che si trovava sulla prora delle antiche navi da guerra e, che serviva, per allontanare o perforare e sventrare le navi nemiche durante le battaglie navali. La parte anteriore del rostro era costituita da un potente fendente verticale rafforzato da fendenti laminari orizzontali. Secondo Plinio il Vecchio (Nat. Hist. VII, 57 VIII, 209) il rostro sarebbe stato inventato dall’etrusco Piseo figlio di Tirreno.

Un rostro nel mare delle Egadi
Rostro rinvenuto nelle acque del mare antistante le isole Egadi

Nave romana ritrovata davanti alla spiaggia di Marausa

La foce di un fiume, il Birgi, dove si trova la spiaggia Marausa, in epoca romana doveva essere una sorta di porto canale. Era qui, in questa parte di Sicilia occidentale che si affaccia sul Mediterraneo, che arrivavano le navi onerarie romane provenienti dall’Africa per scaricare le merci. A scoprirla a dieci metri nel fondale della Sicilia occidentale il sub Francesco Brascia. Intorno all’imbarcazione, anfore e insegne. Da un sopralluogo effettuato dal gruppo subacqueo della Soprintendenza del Mare, in collaborazione con la Capitaneria di Porto di Trapani, sono stati rinvenuti numerosi frammenti di anfore. I reperti recuperati sono stati già sottoposti a indagini diagnostiche. Secondo una prima valutazione i reperti risalirebbero alla tarda età imperiale. Ad immergersi fino a raggiungere i resti della nave è stato il gruppo di intervento della Sopmare coordinato dal responsabile del gruppo subacqueo Stefano Vinciguerra, a dare assistenza un battello della Guardia Costiera al comando di Giuseppe Giacalone.

Spiegano i sub 

L’immersione si è svolta a circa 60 metri dalla costa, dove è risultata subito visibile una porzione di circa dieci metri di un relitto sostenuto da un costone di sabbia, posizionato parallelamente alla costa.

E’ la seconda imbarcazione ritrovata in quelle acque, la prima fu individuata nel 1999. Quella di oggi giace su un fondale di dieci metri, attorno anfore, alcune con insegne, altre con dentro ancora ciò che contenevano.
Il relitto scoperto nel 1999 è il più grande relitto dell’epoca mai tirato fuori in questa zona di mare, lungo più di venti metri e largo nove, era a tre metri di profondità e 150 dalla riva, rimasto protetto da argilla e posidonia ( è una pianta acquatica, endemica del Mar Mediterraneo, appartenente alla famiglia delle Posidoniacee N.d.r.). Il restauro mise assieme settecento pezzi, di diverse misure, tra i 40 centimetri e il metro di lunghezza. Il rinvenimento di questi due relitti appartenenti a navi onerarie, secondo gli esperti fa pensare che nella zona vi fosse un “emporium”, come è stato ipotizzato da Sebastiano Tusa.

La spiaggia di Marausa e la foce del fiume Birgi
Reperti rinvenuti nello specchio d'acqua antistante la spiaggia di Marausa
I subacquei al lavoro nello specchio d'acqua antistante la spiaggia di Marausa
Le parti lignee della nave oneraria, rinvenutianello specchio d'acqua antistante la spiaggia di Marausa. In esposizione dopo essere state restaurate

Conclusioni

Visti i reperti archeologici rinvenuti e sopra descritti, si può concludere che questo tratto di mare fu il teatro dove ebbe luogo la battaglia navale tra la flotta romana e quella cartaginese nel 241 a.C., che decretò la fine della prima guerra punica e la vittoria di Roma. Interessanti sono anche i ritrovamenti di due navi onerarie, avvenuti sulla costa siciliana di fronte all’arcipelago delle Eolie, proprio vicino alla foce del fiume Birgi, nello specchio di mare davanti la spiaggia di Marausa, perché questo, come ipotizzato da Sebastiano Tusa, archeologo, Soprintendente del Mare, deceduto in un incidente aereo 10 marzo 2019 in Etiopia, potrebbe significare che in zona vi era un “emporium”, dove veniva stoccata la merce proveniente dall’Africa, per poi essere smistata nelle varie città dell’impero.

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