Borsellino, depistaggi: Pm chiede condanne poliziotti al processo per la costruzione del falso pentito Enzo Scarantino

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Di Daniele Vanni

Il Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca e il Pm Stefano Luciani hanno chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di Mario Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno di Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, i tre poliziotti imputati dinanzi al tribunale di calunnia, aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra.
I tre ex appartenenti al pool investigativo “Falcone-Borsellino”, diretto dal questore Arnaldo La Barbera, morto nel 2002, sono accusati di aver costruito a tavolino falsi pentiti, inducendoli a mentire, per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio: 19 Luglio 1992!
«I plurimi e gravi elementi depongono tutti nel senso che il depistaggio ha voluto coprire delle alleanze, delle cointeressenze di alto livello di Cosa nostra», ricostruisce De Luca. Del falso pentito Scarantino, il procuratore dice: «Tutti sapevano alla Guadagna che era un delinquente di serie C». Luciani ricorda che invece i servizi segreti lo dipinsero in un’informativa come un grosso pregiudicato dalle parentele criminali illustri: «O non hanno saputo fare il proprio mestiere oppure c’era dell’altro», dice il magistrato, che aggiunge: «È impensabile che i servizi di informazione, facendo il loro mestiere, cioè acquisendo informazioni sul territorio, non avessero capito che Scarantino era, per citare l’ex pm Fausto Cardella, uno scassapagliaro di modestissimo spessore criminale».
L’atto d’accusa contro i poliziotti entra dentro i misteri più profondi della strage Borsellino: «C’è stata un’anomala accelerazione per la bomba di via D’amelio, che non era funzionale agli interessi di Cosa nostra – dice Luciani – I tempi erano invece funzionali ad ambienti esterni ai boss mafiosi». Per il magistrato, «la strage di via D’Amelio presenta degli elementi che ci inducono a ritenere cointeressenze di queste collusioni». Presenze esterne che erano interessate all’agenda rossa di Paolo Borsellino: «Quando Lucia Borsellino si accorse, nel novembre del 1992, che nella borsa del padre non c’era l’agenda rossa, uscì dalla stanza in cui c’era l’allora dirigente della squadra mobile Arnaldo La Barbera sbattendo la porta. E La Barbera disse alla madre, la signora Agnese Piraino, che la figlia aveva bisogno di un supporto psicologico, perché delirava. Ma l’agenda rossa era scomparsa davvero», ricorda il pubblico ministero, che lega i misteri del depistaggio a quelli delle parole scomparse di Paolo Borsellino.

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