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"Criminalmente Bella"

Il Relitto della nave oneraria di Santa Caterina di Nardò. La storia di una complicata e sofferta musealizzazione.


Tempo di lettura 10 minuti

L’esperto ci racconta

Il nostro esperto di Archeologia ed Archeologia subacquea, Dott. Daniele Venturini, fa luce sulla triste sorte di un altro importate reperto culturale del nostro patrimonio, raccontandoci delle mutilazioni subite al sito del relitto di S.Caterina a Nardò.

La nave di epoca romana, negata alla pubblica fruizione per decenni, ha finito per esser vittima dell’incuria più totale, negandoci quel suo prezioso carico di informazioni di un periodo storico ancora da studiare.

Il Dott. Ph.D. Daniele Venturini, Archeologo. E’ Dottore di Ricerca Internazionale – Università Politecnica di Valencia (ES) , presso la Facultad Bellie Artes in: ” Ciencia y Restauración del Patrimonio Histórico – Artístico” e ha maturato un Master in Didattica, Divulgazione e Nuovi Media nell’Antichità; con Perfezionamento in Tecniche della Comunicazione presso l’Università di Ferrara.


Il relitto di Santa Caterina di Nardò (LE). “ Rita Auriemma e Francesca Silvestrelli, Rotte e commerci marittimi tra ellenismo e prima età imperiale, giacimenti dell'Adriatico e dell'Ionio, 2013.
Idem

Rinvenimento del relitto

Il relitto della nave oneraria fu individuato nel 1982, al centro della baia tra Santa Caterina e Punta dell’Aspide a circa 300 metri dalla costa e ad una profondità di 23 metri, a seguito del ritrovamento nella vicina pineta di alcune anfore, fu oggetto di scavo e recupero di parte del carico per la prima volta nel 1984, ad opera della Coop. Aquarius, sotto la direzione della Soprintendenza di Taranto. La campagna di scavo mise in luce una parte dello scafo di prua che, aveva avuto gravi danni al momento dell’impatto con il fondale. A seguito dell’impatto lo scafo si era abbattuto sulla fiancata di dritta, conservata sotto le anfore ora concrezionate (minerale, formato per concrezione. Ndr), mentre della fiancata di sinistra restavano solo il torello e probabilmente il controtorello (Il fasciame della carena comprende parte del fasciame dei fianchi, il fasciame dei ginocchi ed il fasciame del fondo, ed i primi due corsi di tavole per ogni lato, partendo dalla chiglia, sono il torello e il controtorello. Ndr).

Alcune anfore del carico.

Il Giacimento

Il giacimento era costituito da anfore greco-italiche di varie dimensioni ed alcune delle quali conservavano ancora il tappo fittile sigillato con pozzolana. La datazione del naufragio, in base alle ceramiche rinvenute, potrebbe essere riportata alla seconda metà del II Sec. a.C.
Il relitto è stato messo in sicurezza e ricoperto da materiale di protezione, mentre parte del carico recuperato nel corso degli scavi o sequestrati dalle autorità, sono conservate nei locali del museo del mare di Nardò.

Il recupero di alcune anfore
La baia del rinvenimento del relitto

Una storia infinita…37 anni per effettuare gli scavi e costituire un museo

Questa nave oneraria, considerato il suo carico e le sue dimensioni, sicuramente era un caso di grande interesse scientifico, didattico e turistico. Purtroppo come veniva evidenziato nel periodico scientifico di archeologia subacquea “L’Archeologo Subacqueo”, relativo al quadrimestre Gennaio-Aprile 2000, le sue vicende, tormentate, lo rendevano, invece, un caso emblematico di certa prassi di cui sono oggetto i beni culturali in Italia. Il periodico scientifico sopra menzionato fa un preciso riepilogo degli eventi partendo dal 1982, quando i Carabinieri, nel mese di luglio, rinvengono nascoste nella pineta di S. Caterina, alcune anfore; le informazioni portano ad un sopralluogo sul sito e all’accertamento, da parte della Soprintendenza, dell’esistenza di un giacimento di notevole entità, già in passato saccheggiato. La Capitaneria di Porto emana l’ordinanza di divieto di ancoraggio, sosta, pesca e attività subacquea nel sito. Il mese successivo, il Pretore di Nardò nomina custode giudiziale del giacimento la Capitaneria di Porto, e invita la Soprintendenza a proporre una strategia. In base alla stessa ordinanza vengono apposti sigilli, rappresentati da quattro grosse boe, che delimitano lo specchio d’acqua. Tra ottobre 1982 e l’estate del 1984, vengono effettuati due sopralluoghi e una indagine preliminare sul sito subacqueo. A settembre – ottobre 1984: si svolge la prima (ed unica) campagna di scavo ad opera della Coop. Aquarius, sotto la direzione della Soprintendenza di Taranto. A luglio del 1987, viene effettuato un sopralluogo, dopo due anni dal precedente, e in questa occasione, viene accertato il trafugamento di anfore in vari punti del giacimento. La Pretura di Nardò tenta nuovamente di arginare il saccheggio favorito dal disinteresse ministeriale, emettendo un’ordinanza di sequestro prima del tratto di mare e poi dell’intero relitto, e sollecita a più riprese anche parlamento e governo per lo stanziamento dei fondi necessari alla ricerca.
– Settembre – ottobre 1987: vengono spesi L. 20.000.000 per l’intervento di copertura del relitto.
– Novembre 1987: la Soprintendenza invia al ministero il progetto di recupero, restauro e valorizzazione del relitto sottomarino di S. Caterina di Nardò; tale progetto prevede una prima fase, relativa al recupero e restauro del carico, una seconda, per il recupero e il trattamento del legno, e la parte inerente la struttura museale.
– Luglio 1988: la Soprintendenza viene invitata dal ministero ad approntare una perizia di spesa che non superi L. 300.000.000 finalizzata alla tutela, recupero e valorizzazione del relitto; ritenendo la somma inadeguata, la Soprintendenza vuole utilizzarla per il restauro (ma quasi tutte le anfore erano state recuperate integre) e la sistemazione, con l’adeguamento dei locali resi disponibili dal Comune di Nardò, dei materiali archeologici recuperati e la messa in opera di ulteriori misure di sicurezza del giacimento subacqueo.
– Ottobre 1988: un sopralluogo compiuto da collaboratori della Soprintendenza riscontra la manomissione della copertura di sacchetti di sabbia e reti metalliche messa a protezione del relitto. La Pretura sollecita la Soprintendenza.
– Febbraio 1989: il Pretore, avendo constatato la frequentazione del sito del giacimento da parie di ignoti, chiede alla Soprintendenza l’inizio dei lavori entro il termine del 30.3.1989, decorso il quale darà inizio al procedimento penale per omissione di atti d’ufficio.
– Marzo 1989: il Ministero dei Beni Culturali finanzia la perizia di L. 300.000.000 (n.733 D.M.5.12.1988) e richiede alla Soprintendenza la documentazione occorrente per un ulteriore finanziamento di L. 1.000.000.000 per il recupero e la sistemazione museale del relitto.
– Maggio 1989: il Comune di Nardò nomina una commissione scientifica e delibera inoltre una convenzione con il Ministero dei BB.CC. con la quale cede l’uso dell’ex convento dei Carmelitani come centro di raccolta, restauro ed esposizione dei reperti archeologici anforari e ceramici; si impegna a individuare un’area per la costruzione di un capannone prefabbricato da adibire a centro di restauro dello scafo e, successivamente un’ulteriore area o uno stabile idoneo ad essere destinato a museo.
– Luglio 1989: i lavori previsti nella perizia di spesa n.733 di L. 300.000.000 sono stati finalizzati alla sistemazione del gabinetto di restauro e deposito nell’ex convento dei carmelitani del materiale archeologico recuperato dal relitto; la Soprintendenza richiede inoltre al ministero un finanziamento di L. 7.513.040.000 per lavori di recupero, restauro e musealizzazione del relitto, richiesta approvata con D.M.l 1.11.1988 per un imperio di L. 1.000.000.000; a seguito di tale approvazione la Soprintendenza redige una perizia di pari importo, trasmessa al ministero in data 29.4.1989.
– Ottobre 1989: vengono ultimati i lavori di sistemazione del gabinetto di restauro e deposito dei locali messi a disposizione dal Comune di Nardò e iniziati i lavori di restauro delle anfore;
1990: la copertura risulta manomessa. La Capitaneria di Gallipoli e Soprintendenza ai Beni Culturali riescono a far ripristinare la copertura del relitto, con una doppia rete d’acciaio a maglie strette e migliaia di sacchetti di sabbia. Sono disponibili un miliardo stanziato dal Ministero per il recupero e 100 milioni della Regione per il progetto di musealizzazione.
1991: viene approvata la costruzione di un capannone (in via Marinai d’Italia, a Nardò); scopo primario è di installarvi il laboratorio di restauro delle anfore; il capannone, inoltre, dovrà essere collegato «attraverso un sistema di monitoraggio, con i fondali sui quali il relitto giace» per scongiurare saccheggi fino alla ripresa delle operazioni (quando?), e trasformarsi poi in un «laboratorio permanente per il restauro di materiale archeologico»
– Luglio 1992, l’amministrazione comunale cede alla soprintendenza i suoli per la costruzione del Museo del Mare, che dovrà ospitare, oltre al relitto di S. Caterina, tutti i reperti rinvenuti lungo la costa jonica del Salento: “Il progetto prevede una spesa complessiva di 1 miliardo e 100 milioni, quasi la metà dei quali destinata al “capannone”. Il resto dovrà servire per l’acquisto di tutta l’attrezzatura necessaria per il recupero del relitto.
1995: i lavori di costruzione del capannone laboratorio prefabbricato non sono ancora ultimati; le circa trecento anfore restaurate risultano ancora in deposito nel chiostro dei carmelitani; ma questo è niente: «molta strada rimane da fare per la realizzazione della struttura museale vera e propria, che richiederà non meno di sette, otto miliardi…» Nel frattempo si prendono misure, con la consulenza persino di tecnici stranieri responsabili del “Nautical Archaeology Program” dell’Università del Texas per la realizzazione dell’impianto per il trattamento del legno.
L’articolo sull’Archeologo Subacqueo, si conclude con tre domande:

«Che fine ha fatto il miliardo e cento milioni destinato allo scavo, al recupero e alla musealizzazione del relitto?»

«Che ne è stato del “laboratorio permanente” da installare nel “capannone”, attualmente inutilizzato o sottoutilizzato, vera e propria “cattedrale nel deserto” in cui è praticamente impossibile l’accesso, dopo l’avvenuto restauro delle anfore?»

«Che destino è riservato al relitto di S. Caterina, se ancora qualcosa di esso esiste?»

Leggi anche  Il Relitto del “Nasuto”, Marciana Marina - Isola d'Elba. Storia di un naufragio

Il Museo del Mare Antico

Soltanto 37 anni dopo, nell’estate del 2019, verrà realizzato il progetto del Museo del Mare Antico, grazie alla collaborazione tra Comune, Soprintendenza ABAP per le province di Brindisi, Lecce e Taranto e Dipartimento per i Beni Culturali dell’Università del Salento. La gestione è oggi affidata all’Associazione The Monuments People.

L'edificio che ospita il Museo del Mare Antico
Idem
Reperti archeologici in esposizione all’interno del museo
Idem
Anfore in mostra al Museo del Mare Antico di Nardò

Riflessioni

Questa vicenda, poco edificante, per il nostro sistema cultura, mi ha fatto ricordare un bel saggio scritto dal Prof. Giuseppe De Giovanni, dal titolo: “Problematiche di valorizzazione, fruizione e musealizzazione dei beni culturali. Tecnologie innovative per la città ritrovata”, nel quale spiega molto bene la valorizzazione e fruizione dei musei, provo a riassumere il suo concetto in poche righe.

Se il paesaggio terrestre o subacqueo (aggiungo io) , come sistema natura-cultura, è l’insieme delle scambio vicendevole fra le stratificazioni operate dall’uomo sul territorio o sott’acqua, conservate

«in un divenire storico che compone, nel presente, un “paesaggio umano” composito e inscindibile con il proprio passato».

Il paesaggio archeologico ne fa parte, vi si sovrappone, si amplia, tramanda e conferma ancor di più questo complesso, non solo per il valore che ha nell’essere testimonianza storica e materica dell’interazione umana, ma soprattutto come patrimonio culturale importante per la conoscenza del nostro passato e dei luoghi dove vengono rinvenuti i reperti archeologici.

Sostiene il geografo Vincenzo Guarrasi

«Il patrimonio culturale, è il complesso degli
oggetti cui ciascuna società ha assegnato un valore (simbolico) costitutivo della propria identità».

A questo punto mi vengono in mente due domande: perché ci sono voluti 37 anni dal momento della scoperta del relitto della nave oneraria (1983), all’estate del 2019, quando è stato finalmente aperto il Museo del Mare Antico di Nardò?
Cosa non ha funzionato nella macchina amministrativa del Ministero della Cultura (MiC)? Alcune risposte le troviamo nell’articolo pubblicato sulla rivista L’Archeologo Subacqueo, gennaio- febbraio 2010, pagg. 10 e 11, di cui ho riportato nelle pagine precedenti un ampio estratto, dal quale si evincono una serie di eventi giudiziari, che hanno accompagnato questa scoperta per molti anni.

«Il relitto viene individuato a seguito del rinvenimento nel luglio del 1982, da parte dei Carabinieri, in una pineta alcune anfore. Le informazioni acquisite dagli investigatori, portano la Soprintendenza a scoprire un importante giacimento di notevole entità, già in passato saccheggiato. Successivamente la scoperta, la Capitaneria di Porto, emette una ordinanza di divieto di ancoraggio, sosta pesca e attività subacquea, nello specchio di mare interessato dal relitto. Il Pretore di Nardò, nell’agosto dello stesso anno, nomina come custode giudiziario il Vice Comandante della Capitaneria di Porto. Dopo un primo sopralluogo della Soprintendenza nel sito dove vengono prelevate tre anfore, le cose vanno a rilento. Solo un anno dopo, agosto 1983, la Soprintendenza fa un sopralluogo di controllo e l’anno successivo viene effettuato un secondo sopralluogo. In questo frangente, si riscontrano alterazioni nei livelli superficiali. Nei mesi di settembre – ottobre 1984, si svolgerà la prima e unica campagna di scavo».

La cosa che mi lascia perplesso sono i tempi lunghi della burocrazia Ministeriale, infatti soltanto nel 1987, la Soprintendenza fa un ulteriore sopralluogo, dal quale veniva constatato il trafugamento di anfore in varie parti del giacimento. A questo punto, il Pretore, è costretto a intervenire, per arginare il saccheggio del relitto, favorito dal disinteresse ministeriale, come viene riportato dall’articolo pubblicato sulla rivista, mettendo sotto sequestro il tratto di mare e poi il relitto e, sollecitava, in più riprese il Parlamento e il Governo a stanziare fondi per mettere in sicurezza il sito e continuare nella ricerca.
Non si capisce il perché dopo cinque anni dal rinvenimento si è fatta soltanto una campagna di scavi e, si è lasciato, il relitto esposto al saccheggio di trafficanti di reperti archeologici, considerata la profondità in cui si trovava (23 m), facilmente raggiungibile dai malfattori.

La boa che segnala il divieto di accesso nello specchio d’acqua dove si trovava il relitto

Conclusioni

La storia di questa nave è costellata da diverse incursioni poste in essere da parte di ladri di reperti archeologici, infatti anche nel 1990, ignoti malviventi, manomettono la copertura del relitto.
Purtroppo questi fatti non sono riferibili soltanto al relitto oggetto di questo articolo, ma sono molti i casi simili (vedasi l’articolo che ho scritto su un altro relitto che è stato depredato di quasi tutto il suo prezioso carico, sotto gli occhi del Ministero e Soprintendenza, parlo del “Il tesoro depredato nel relitto del Polluce.” Radio Caffè Criminale.), che purtroppo, sono successi nel nostro Paese e continueranno a succedere, se non si cambia approccio e si snellisce la burocrazia.
Tutti noi addetti ai lavori, siamo a conoscenza del perché vi è la necessità di ‘ritrovare’ un relitto di una nave (in questo caso), ma potrebbe trattarsi di una tomba con i defunti e tutto il corredo funerario, un’architettura, ecc; il motivo è relativo alla ricerca di qualcosa occultato, che necessita di chiarimento, di un interesse scientifico e storico.
Nel caso di un bene materiale, come il nostro relitto di Santa Caterina di Nardò, il ritrovare è riferibile a scoprire nuovamente nel luogo dove alcuni secoli prima si è verificato il naufragio, quel bene, sicuramente in condizioni mutate a causa dell’evento (naufragio) e del tempo che è intercorso prima del suo ritrovamento. Un bene archeologico è considerato tale perché possiede un valore, una qualità, un pregio; dunque ritrovare un relitto, significa “mettere in luce”, valorizzare, liberare la nave con tutto il suo carico dalle stratificazioni del tempo per divenire valore per la collettività.

Bibliografia:

  • storiaromana.blogspot.com/2008/11/il-relitto-romano-di-santa-caterina.htmlOMENICA 2 NOVEMBRE 2008

  • www.portadimare.it/news/spettacolo-cultura/24367-il-relitto-di-santa-caterina-in-un-video-speciale

  • www.justseeup.it/nave-romana-di-santa-caterina/

  • www.lecceprima.it/politica/tesori-archeologici-in-fondo-al-mare-e-il-comune-punta-sul-turismo-subacqueo.html

  • www.piazzasalento.it/museo-del-mare-di-nardo-e-la-volta-buona

  • L’Archeologo Subacqueo, gennaio- febbraio 2010, pagg. 10 e 11.

  • Giuseppe De Giovanni, Problematiche di valorizzazione, fruizione e musealizzazione dei beni culturali. Tecnologie innovative per la città ritrovata.

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