• Mar. Nov 30th, 2021

RADIO CAFFÈ CRIMINALE

"Criminalmente Bella"

Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini di Napoli. La necessità della tutela, valorizzazione e musealizzazione dei beni culturali.


Tempo di lettura 15 minuti

L’allerta

Nei primi giorni del mese di maggio 2012, i Carabinieri ricevono un messaggio sulla posta elettronica da Londra, nel quale si avverte che, una specialista di manoscritti e libri antichi della casa d’aste Christie’s stava sfogliando il catalogo di una maxi vendita che si sarebbe tenuta di lì a poco in una libreria di Monaco, la “Zisska & Schauer.” Un evento atteso, che aveva portato in Baviera i maggiori collezionisti e mercanti del mondo.

I primi sospetti

Agli occhi di Stefania Pandakovic, un’esperta di Christie’s, italiana di Milano, sono bastate le foto riprodotte nel catalogo per insospettirsi. Alcuni esemplari presentavano infatti i segni distintivi della Biblioteca dei Girolamini di Napoli che proprio in quei giorni era su tutti i giornali per il saccheggio di migliaia di preziosissime opere organizzato dal suo direttore, Marino Massimo De Caro. Egli era al centro di una vasta rete di contatti e protezioni eccellenti, che vedeva coinvolti da Marcello Dell’Utri agli ambienti vaticani.

Marino Massimo De Caro, all’interno Biblioteca Girolamini di Napoli, di cui era direttore. (Dagospia)

L’intervento dei Carabinieri

Le informazioni fornite dalla casa d’aste londinese arrivano appena in tempo per consentire ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico (T.P.A.), di bloccare la vendita dei preziosi libri, presso la libreria di Monaco, poche ore prima che iniziasse, il 9 maggio 2012.
I Militari dell’Arma, riusciranno a sequestrare ben 543 tomi sottratti alla biblioteca Girolamini e ad altre biblioteche. Da questo momento inizierà una ricerca in grande stile dei Carabinieri, per cercare di recuperare i preziosi libri rubati. Queste indagini, man mano che prendono corpo, porteranno gli investigatori in giro per il mondo, toccando un numero sempre più crescente di persone coinvolte. Qualcuna ignara, altre perfettamente a conoscenza dell’origine dei libri.
A seguito delle complesse indagini, i Carabiniere del T.P.A. hanno recuperato migliaia di volumi preziosi, il problema è che non si sa quanti ne sono stati rubati da De Caro e compagni. Alcuni ipotizzano 5.000 ma nessuno lo sa con certezza. Il Pubblico Ministero di Napoli su questa assurda vicenda ha detto:

«Quello compiuto da De Caro ai danni della biblioteca è uno «spettacolare assassinio», che ha provocato «una ferita insanabile» al patrimonio culturale italiano.»

Interno Biblioteca Girolamini di Napoli. (Dagospia)
Idem

Come è stato possibile che De Caro abbia potuto ricoprire quell’incarico?

Ma come è possibile che il ministro dei Beni Culturali dell’epoca Giancarlo Galan, abbia potuto mettere De Caro, che era già stato suo consigliere, come direttore della Biblioteca dei Girolamini?
Mi vengono in mente alcuni vecchi adagi: “è come mettere un ladro a custodire la refurtiva”, oppure: “è come mettere una volpe a guardia di un pollaio”, ma ci rendiamo conto della situazione paradossale in cui si sono venuti a trovare i nostri Beni Culturali?
A essere buoni possiamo classificare questo incarico dato dal Ministero, con molta “superficialità” al nostro esperto truffatore, uno sbaglio di valutazione, ma questo non giustifica le responsabilità politiche per il mancato controllo sulla persona del Dott. Marino Massimo De Caro, al quale è stato affidato un immenso patrimonio culturale, con un valore inestimabile, senza che ne avesse i titoli.

Ho letto nell’ articolo scritto da Claudio Pappaianni e Luca Piana per  l’Espresso, di due episodi relativi all’autunno del 2011:

«De Caro si reca in un’altra storica istituzione napoletana, la Biblioteca Nazionale. Nota la prima edizione del “Sidereus Nuncius” di Galileo Galilei, l’opera del 1610 in cui il filosofo pisano, grazie all’invenzione del cannocchiale, rivela al mondo l’esistenza dei pianeti medicei, come decide di battezzare i satelliti di Giove. Un pezzo che sul mercato non vale meno di 200 mila euro. De Caro ne fa preparare cinque falsi di finissima fattura, torna alla Nazionale e ne piazza uno al posto di quello vero.
Il quale, in un vortice di copie autentiche e fasulle, sembra finire all’asta a Monaco. E ancora: si reca a Montecassino, dove si presenta come emissario di Galan. Distrae il frate che lo accompagna chiedendogli di accompagnare la sua giovane assistente ucraina, Viktoriya Pavlovskiy, a visitare la biblioteca.” Questi due episodi fanno capire bene di che pasta è fatto De Caro. Quando il Ministro Giancarlo Galan viene sentito dai Magistrati per spiegare il perché era stato scelto per il posto di direttore della seconda biblioteca più importante d’Italia, con 171 mila volumi, il Ministro, che non era indagato, risponde così:” che De Caro gli aveva fatto già da consigliere quando era ministro dell’Agricoltura; che gli era stato segnalato da Marcello Dell’Utri, storico amico di Silvio Berlusconi, e dalla di lui moglie Miranda; e, infine, che aveva creduto alle sue vanterie di insegnare all’Università di Verona, la città dove abita. Quando non era neppure laureato»

Come è stato possibile che De Caro abbia potuto ricoprire quell’incarico?

Questo racconto è surreale, rende bene l’idea di come vengono trattati i Beni Culturali nel nostro Paese. Superficialità, incuria e menefreghismo, regnano sovrani nelle Amministrazioni che dovrebbero tutelarli, almeno in molti casi è così. Si è scoperto successivamente che De Caro, già quando era consulente all’Agricoltura, aveva rubato venti libri antichi dalla biblioteca.
Il genio truffaldino di De Caro, che si è definito, in una intervista “Robin Hood”, arriva anche a “fregare” un antiquario di New York, come viene riportato da Flaminia Gennari Santori su Doppiozero:

«Quella di falsario di libri antichi. Tra questi, una copia del Sidereus Nuncius – il famoso trattato astronomico con cui Galilei elencò le osservazioni astronomiche che contraddicevano la secolare astronomia tolemaica – con tanto di firma dell’autore e cinque acquerelli dello stesso Galilei. Nel 2005 De Caro riuscì a venderla a un antiquario di New York per 500 mila dollari, e per anni gli studiosi furono convinti della sua autenticità. L’autrice ricostruisce la storia – già ripresa in un articolo del New Yorker – con l’aiuto di Nick Wilding, uno storico che ha scoperto il falso di De Caro e molti altri dopo di allora.” 

Marino Massimo De Caro

Ancora: De Caro intervistato da Stefano Lorenzetto per Italia Oggi, il 7 maggio 2018, si difende rispondendo alla accuse.
De Caro:

«Affermano che ho rubato 2.000 volumi antichi e che ne ho venduti 600. Però non dicono che li ho fatti recuperare tutti, compresi quelli nascosti in due box di Casaforte, all’hotel Delle Rose a Verona, di cui gli inquirenti ignoravano l’esistenza, e parecchi altri finiti nei cataloghi delle librerie antiquarie di mezza Europa. Ne mancheranno all’appello sì e no una ventina.” 

(Il Post – Cultura – venerdì 7 febbraio 2014).

Chi è Massimo Marino de Caro

Nato il 04.01.1973, i suoi genitori sono due apprezzati professori di lettere. Dal suo curriculum vitae che è consultabile su Internet, risulta essere Professore Onorario presso Università Abierta Interamericana di Buenos Aries; Presidente del Planetario “Galileo Galilei” di Buenos Aries; Console Onorario per il Veneto Nella Repubblica del Congo; Consigliere particolare del Ministro dei Beni Culturali; Consigliere comunale nel Comune di Orvieto; Master in Estetica e Museale Università Tor Vergata di Roma; Laura Magistrale in Scienze Storiche, Università di Padova. (ho fatto un breve riassunto da quanto emerge dal suo curriculum).
Di lui, su Dagospia si legge:

« Il Girolimoni dei Girolamini – Marino Massimo de caro ha rubato 4.000 volumi antichi dalla biblioteca di cui era direttore – ladro, bugiardo e falsario in tutto: ha taroccato anche il curriculum – “creatura” di dell’Utri e Galan, de caro (ora in galera) si e’ arricchito devastando il patrimonio culturale italiano – spregiudicatissimo, sostituiva gli originali con falsi d’autore – ce ne saranno altri in giro? ” 

(dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/volano-tomi-massimo-de-caro-condannato-sette-anni-furto-libri).

Condanna Corte dei Conti

Con Sentenza n. 60/2016, la Corte dei Conti Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Napoli, condanna Marino Massimo De Caro, nella qualità di direttore della Biblioteca Statale Oratoriana annessa al Monumento Nazionale dei Girolamini di Napoli, insieme a padre Sandro Marsano, conservatore, al pagamento, in favore della Biblioteca, della somma di € 19.460.000,00, oltre rivalutazione monetaria, da calcolarsi secondo gli indici ISTAT, dall’1 maggio 2012 e fino al giorno della pubblicazione della sentenza, nonché interessi legali sulla somma così rivalutata dalla predetta pubblicazione al soddisfo.
I Giudici amministrativi, contestano ai due imputati di aver arrecato il danno originato dall’asportazione e la spoliazione, tra il giugno del 2011 e l’aprile del 2012, di libri o di manoscritti di enorme valore o di pagine degli stessi e di incunaboli (nome attribuito ai primi prodotti dell’arte della stampa – dalle origini al 1500 incluso-, modellati sull’esempio dei manoscritti. Ndr) e carte geografiche antiche facenti parte delle preziosissime raccolte della Biblioteca annessa al Monumento Nazionale dei Girolamini, costituita tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII dai Padri Filippini e divenuta governativa nel 1866, e dalla situazione di maggiore degrado ed abbandono in cui versava la Biblioteca nel 2012 a seguito della pur breve direzione della stessa da parte del sig. De Caro (dal 2011), nominato dal conservatore della Congregazione Marsano.
Il De Caro viene condannato a pagare, questo è un passaggio della sentenza: ” il danno è stato asseverato nella misura richiesta in citazione (€ 5.910.000,00 per la devastazione effetto dello smembramento dell’unità delle collezioni librarie, più € 13.550.000,00 per l’amputazione delle pagine subita dai libri – circa 2.500 – trafugati e ritrovati, e per il danno subito da quelli malamente stipati o esposti alla luce o all’umidità, nonché per l’asportazione di tavole, di tagli, abrasioni, strappi, scompaginamenti, lavaggi corrosivi, ai quali sono stati sottoposti i volumi, opere d’arte bibliologi che, ed anche per la sottrazione di volumi finora non recuperati degli almeno 3.543 volumi che al settembre 2009 risultavano asportati. Al momento del primo processo penale il numero dei beni librari certamente sottratti era stato ridotto a 2.309, quantificando il danno patrimoniale per questa sola voce ad almeno euro 3.000.000,00) sulla base dell’attività ispettiva svolta dal MIBAC e della consulenza disposta nell’ambito del processo penale.
Per gli stessi fatti sopra riportati il De Caro è stato condannato per il reato di peculato a sette anni di reclusione, oltre alla condanna al risarcimento del danno nei confronti della parte civile nel caso il Comune di Napoli, che è stato stabilito nella sentenza 60/2016, sopra riportata.
Ha terminato di scontare la condanna il 20 aprile 2019, (proprio nel giorno di sabato Santo. Un segno del destino?)

Biblioteca dei Girolamini. Fonte Wikipedia.

Le Case d’Asta

Nelle aste internazionali, si vendono a prezzi esorbitanti opere d’arte, dando quasi l’impressione di non avere limiti. Si pensi al Nù couchè sur le côté gauche (Nudo disteso sul lato sinistro) di Amedeo Modigliani (1917), venduto da Christie’s,
New York, il 9 novembre 2015, per centosettanta milioni di dollari, a Les femmes d’Alger di Pablo Picasso, aggiudicato il 12 maggio 2015 per centosettantanove milioni di dollari e, da ultimo, il Salvator Mundi, attribuito con pareri discordanti a
Leonardo da Vinci e battuto per quattrocentocinquanta milioni di dollari.
Pensate a quanti denari vengono spesi da facoltosi uomini d’affari, che per piacere ed interesse o semplicemente per soddisfare una loro voglia di protagonismo, spendono cifre proibitive, per poter tenere nelle loro lussuose abitazioni un’opera d’arte importante. Per questi motivi il mercato dell’arte diventa appetibile per tutti gli operatori, dai galleristi, case d’asta ed esperti. Sembra un controsenso, ma anche i
falsari rientrano tra le professionalità che possono trarre guadagno dal mercato delle opere d’arte. L’episodio sopra riportato della vendita da parte del De Caro, a un antiquario di New York, di una copia del Sidereus Nuncius,  come viene riportato da Flaminia Gennari Santori su Doppiozero, ci fa capire lo stretto intreccio tra il mondo dei professionisti che lavorano nell’ambito dei beni culturali, con i falsari. Questi “artigiani” si arricchiscono con le loro azioni truffaldine. Come mostra l’Art Basel & UBS Report, nel 2017 le vendite hanno sfiorato la cifra complessiva di 63,7 miliardi di dollari, con un incremento del 12% sull’anno precedente. Il podio spetta agli Stati Uniti, alla Cina e al Regno Unito, che insieme si spartiscono l’83% del mercato.

Riflessioni

Nella sentenza già più volte citata si legge:

«…Il Procuratore generale ha depositato le proprie conclusioni, nelle quali ha chiesto il rigetto dell’appello.
Il Requirente ricorda, in primo luogo, che la vicenda ha avuto enorme rilievo nei mass media ed esprime emblematicamente la “cura” dedicata al rilevantissimo patrimonio culturale ed artistico nazionale; tale considerazione, osserva, è proprio quella su cui basa l’appello il sig. De Caro, il quale ammette le proprie responsabilità e contesta soltanto la quantificazione del danno, lamentando le inefficienze e carenze del Ministero e adduce a discarico la sua stessa incompetenza professionale, che non ha impedito al Ministero medesimo di fargli assumere quell’incarico….” 

Leggi anche  Il tesoro depredato nel relitto del Polluce.

Inoltre:

«…Le carenze e le lacune ministeriali sono evidenti, – prosegue il Procuratore – e, sono state rilevate anche nella sentenza di I grado, ma esse attengono, a suo avviso, al modo in cui è gestito il patrimonio culturale nazionale, e non hanno alcuna incidenza diretta, concausale o giustificativa del comportamento dell’appellante. I motivi di appello sono quindi ritenuti tutti infondati….” 

Ancora, il Consigliere relatore della sentenza precisa:

«Anzitutto il Pubblico Ministero che la contestazione in appello cade solo sulla quantificazione del danno in riferimento, secondo il De Caro, tanto ai beni librari effettivamente trafugati o danneggiati sotto la sua breve gestione, quanto alla proprietà pubblica o meno degli stessi (distinguendosi tra libri della Biblioteca statale e appartenenti alla Congregazione e, quindi, privati); non sono contestati – quindi non costituiscono oggetto del processo – l’elemento psicologico soggettivo (dolo) ed il nesso causale, se non quest’ultimo, per la parte di produzione del danno che, a parere del ricorrente, preesisteva alla sua nomina a direttore della Biblioteca. Non è in discussione, quindi, che il De Caro abbia pianificato e attuato un’opera di smembramento, mutilazione, sistematico danneggiamento ed illecito sfruttamento economico del patrimonio librario, tale da determinare, all’esito, la devastazione ed il saccheggio del patrimonio della Biblioteca Girolamini di Napoli (il Procuratore cita il rinvio a giudizio e la sentenza penale, con avvio di nuovo processo penale anche per associazione a delinquere): tanto, del resto, emerge – osserva il PM – dalla piena confessione del De Caro, il quale ha avuto modo di dichiarare:“Effettivamente pochi giorni mi bastarono per comprendere la fragilità della Biblioteca dei Girolamini e la possibilità di sottrarre libri dalla stessa” 

Da questi due passaggi della sentenza 60/2016, si evincono due fatti importantissimi: le lacune ministeriali, che vengono definite “evidenti” e la facilità con cui il direttore De Caro, ha posto in essere, pianificando e attuando la “devastazione e saccheggio” della biblioteca da lui diretta. Nella sentenza si parla di “incompetenza” di Marino Massimo De Caro, nello svolgere l’incarico assegnatogli dal Ministero.
Da una intervista fatta in data 26 agosto 2015 da il “Fatto Quotidiano”, al De Caro, alla domanda del giornalista:

«Su Facebook lei invita i bibliotecari a “liberarsi dal male”.
Risponde:“ Ci sono librai, una minoranza, che ricettano senza problemi libri rubati. Alcuni hanno nei loro cataloghi i libri sottratti ai Girolamini. In un verbale al pm, a maggio, ho indicato i volumi e ho fatto i nomi. Il 21 settembre farò dichiarazioni spontanee sul punto.” 

Come nasce il falso

Tutto nasce nell’ambito del commercio antiquario, per questo esso è legato alle leggi dell’economia: quando la domanda non può essere evasa in modo legittimo o il prezzo di un originale è inaccessibile allora nasce il falso.

Quale è il maggior nemico del falso


Il falso è un prodotto di consumo, per questo motivo è legato alla moda e interpreta uno stile attraverso la mediazione del gusto del proprio tempo. Così è stato detto che il più temibile nemico del falsario è il tempo o, più precisamente, che la vita di un falso può essere contenuta nell’ambito di una generazione. (Arnau 1961) Vi è un problema, per fare un falso deve concorrere una duplice suggestione, quella del tempo del falso e quella del tempo al quale il falso pretende di appartenere, due fattori che difficilmente possono coincidere.

La tutela, vasorizzazione e musealizzazione dei beni culturali


Il saccheggio della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, è chiaro esempio di come vene “trattato” il nostro patrimonio culturale dallo Stato, tramite il Ministero e gli Enti predisposti alla sua custodia: conservazione, valorizzazione e musealizzazione. Gli esempi che si posso portare a favore di questo “andazzo”, poco edificante, sono innumerevoli, qui ne porto soltanto due, che ho già trattato in due articoli da me pubblicati su questo sito Web, e sono: “Il tesoro depredato nel relitto del Polluce” e “Il Relitto della nave oneraria di Santa Caterina di Nardò. La storia di una complicata e sofferta musealizzazione.
Nel caso riferito al Polluce, vi è un particolare che è inquietante: quello del “falso” recupero di alluminio dalla nave Grenlogan, battente bandiera inglese, affondata nelle acque antistanti l’isola di Stromboli nel 1916. Come ho riportato nell’articolo, gli inglesi in maniera truffaldina, nella richiesta per l’autorizzazione a eseguire i lavori di recupero del relitto, inseriscono le coordinate relative al naufragio del Polluce, che è avvenuto un secolo prima nelle acque antistanti l’Isola d’Elba. Domanda: come è potuto accadere una cosa del genere? Voglio pensare ad un errore/disattenzione. Chi doveva controllare, non ha pensato di fare un accertamento “ad hoc” sulle coordinate, altrimenti si sarebbe accorto che la nave Grenlogan, fu affondata dai tedeschi nelle Eolie, un secolo dopo del piroscafo Polluce, che fu affondato all’Isola d’Elba, quindi avrebbe scoperto la truffa che era stata posta in essere dagli inglesi.
Questo è l’elemento più importante di questa vicenda, ma vi è un’altro particolare che non mi quadra: l’intervento del 2003, del noto cacciatore di relitti francese Henri Delauze. Come risulta da articoli di giornale, Henri Delauze si immerge sul fondale con il sommergibile biposto Remora, prendendo alcune monete. Risalito dirà agli archeologi italiani: Lo scafo è irrecuperabile e lo scavo dei pezzi rimasti e del resto del carico è pericoloso. C’è poca visibilità, molte correnti, e le insidiosissime reti dei pescherecci.
È fin troppo facile porsi una domanda: se le ricerche sui fondali dove giace il relitto del Polluce sono state interrotte per un anno, considerato che non sembra che vi fosse un controllo “stretto” nello specchio d’acqua dove giace il relitto, visto che un ingente carico di monete e preziosi (70.000 columnario d’argento e 100.000 monete d’oro), oltre agli effetti personali dei viaggiatori e le merci trasportate (tra cui una carrozza d’oro?) scomparvero negli abissi, la stima del tesoro trasportato dal battello fatta dagli esperti sarebbe di quasi 350 milioni di euro, mancherebbero all’appello tantissime monete e preziosi, direi la stragrande maggioranza del tesoro. Questo ci fa pensare che qualcuno abbia violato il relitto e si sia impadronito della gran parte del tesoro. Polluce, unico tesoro sommerso mai trovato nei mari italiani, si è tinto di leggenda, e anche di “leggerezza”, con la quale, stando alle informazioni sui fatti, riportati dagli articoli dell’epoca e anche successivi, alcuni funzionari dello Stato hanno sbrigato le pratiche burocratiche e altri si sono fidati di un uomo, Henri Delauze, noto come il più grande cacciatore di relitti del dopoguerra.

Nel caso del Relitto della nave oneraria di Santa Caterina di Nardò,
il relitto viene scoperto a poche centinaia di metri dalla costa, nel 1983 in loc. Santa Caterina di Nardò, a una profondità di 23 m.
Ci sono voluti ben 37 anni per musealizzare parte del carico della nave oneraria romana del II sec. A.C. che, nel frattempo, è stato depredato da ignoti malviventi.
La storia di questa nave è costellata da diverse incursioni poste in essere da parte di ladri di reperti archeologici, infatti anche nel 1990, ignoti malviventi, manomettono la copertura del relitto.
Possiamo affermare con certezza che le tracce archeologiche, in Italia sono un patrimonio diffuso, dal quale nessuna Regione si può dire esclusa. Ma se da un lato il Paese può vantare emergenze di indiscussa eccezionalità, che svolgono in modo autonomo una potente attrazione di interesse, dall’altro tale patrimonio diffuso è costituito da elementi – è il caso di alcune regioni italiane – che singolarmente non sono in grado di intercettare né grandi risorse né un grande pubblico.
La spogliazione e devastazione della biblioteca dei Girolamini, e i due fatti di mala gestione dei beni culturali nel nostro Paese, ( che si tratti di relitti, siti archeologici biblioteche, ha poca importanza, tutti formano il nostro patrimonio Nazionale) da me menzionati, si sono verificati in epoche diverse, in contesti diversi, ma tutti e tre hanno un unico comune denominatore: i beni culturali e la loro conservazione.
Si può affermare che ritrovare un bene architettonico o, come nel caso oggetto di questo articolo, libri antichi di grande valore storico, culturale ed economico, apre nuove metodologie di conoscenza e di intervento che costituiscono nel loro insieme il processo di conservazione.

Per processo di conservazione (porto come esempio l’archeologia, ma può essere adattato a tutti i beni culturali):

«s’intende una sequenza di operazioni finalizzate alla conservazione, alla salvaguardia e alla tutela di un manufatto, già realizzato di particolare interesse o pregio storico e artistico, bisognoso di cure per una sua durata e fruibilità, per renderlo di nuovo disponibile.
Nel processo di conservazione possiamo distinguere tre fasi: la fase della conoscenza, e la catalogazione dei beni archeologici, la redazione di una carta archeologica necessaria per la ricognizione o prospezione archeologica che precede lo scavo, la rilevazione fotografica completa, l’indagine approfondita sulle fonti antiche e moderne divengono indispensabili e preliminari momenti del processo; la successiva fase della conservazione, che comprende tutti gli interventi che concernono il restauro e la salvaguardia del manufatto o del libro antico, della materia e dell’area sui cui esso insiste; la terza e ultima fase, quella della gestione, che assicura con la tutela l’uso corretto e la rinnovabilità delle risorse, attraverso operazioni come la manutenzione ordinaria, il controllo in fase di esercizio, la valorizzazione e la fruizione per gli utilizzi futuri del bene conservato e con l’obiettivo del suo mantenimento nel tempo.
In particolare, le fasi della valorizzazione e della fruizione mirano: all’integrazione del bene archeologico nella società in cui ricade; all’esposizione, sistematica o settoriale, del bene che può avvenire sul luogo della scoperta o in un altro luogo, all’aperto o al chiuso; alla creazione di strutture idonee allo sfruttamento delle risorse culturali e di percorsi tematici per fare rivivere e conoscere le aree archeologiche e i monumenti secondo un preciso piano di progressivo recupero e manutenzione.
È così possibile affermare che il processo conoscitivo di un bene culturale e ambientale, la cui natura è materiale e immateriale, è operazione preliminare alla formulazione di qualunque azione di intervento e necessita dell’apporto pluridisciplinare, da quello storico a quello archeologico, da quello tecnologico a quello geografico o economico. In quanto patrimonio culturale la collettività deve considerare gli artefatti del passato non come oggetti di culto ma come promotori di nuovi artifici e di nuove attività come la conservazione, la tutela, il riuso, il restauro e la fruizione.Nello specifico, la valorizzazione è un’attività che mira a determinare le possibilità per operare scelte idonee e utili per la salvaguardia di un bene architettonico, per il suo recupero e per la sua conservazione e tutela; essa indaga anche sulla capacità che ha quel bene di produrre un beneficio prima di tutto culturale e nello stesso tempo anche economico per chi possiede quel bene. Quindi la valorizzazione tende: al riconoscimento del valore del bene ritrovato, attraverso attività, azioni, proposte, progetti di promozione che mirano a esaltare i pregi e il valore storico e culturale del bene; alla formazione di una nuova figura dell’utente che trae conoscenza e piacere dal bene; alla ricerca, infine, di soluzioni utili, affinché il bene divenga fonte di sviluppo economico per il territorio su cui esso insiste.”

(Giuseppe De Giovanni, Problematiche di valorizzazione,fruizione e musealizzazione dei beni culturali. Tecnologie innovative per la città ritrovata.)

Lo Stato ha il dovere di proteggere l’immenso patrimonio storico, archeologico, artistico, monumentale e bibliotecario, presente su tutto il territorio nazionale o immerso nel nostro mare. Oltre alla protezione, lo Stato deve altresì, farsi carico della musealizzazione e valorizzazione di questi beni, che devono essere tramandati alle nuove generazioni. Lo Stato deve, inoltre, avere la consapevolezza che una musealizzazione ben riuscita è in realtà l’ultimo atto di una catena che inizia a livello decisionale e amministrativo più ampio, con ripercussioni sui singoli siti. Se non si parte da qui, anche in futuro si verificheranno episodi “incresciosi” (uso un eufemismo), come quelli sopra raccontati, che faranno del nostro patrimonio culturale, la cenerentola del sistema Paese, che continua a essere non considerato dalla politica e soffocato da una burocrazia ottocentesca, con tutti i problemi che ne derivano.

Daniele Venturini

 

Bibliografia

 

Stefano Lorenzetto per Italia Oggi, il 7 maggio 2018,

Flaminia Gennari Santori, Doppiozero del 6 febbraio 2014,

Sentenza n. 60/2016, La Corte dei Conti Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Napoli,

Tesi di laurea, Leonardo Faggiani, Lotta alla contraffazione delle Opere d’Arte a livello nazionale ed internazionale,
(Diego Calon – Falsi, Copie e Repliche nel XXI secolo. Idee, Materialità e Contesti intorno alla Contraffazione in Archeologia,

THE ARCHAEOLOGICAL MUSEALIZATION Multidisciplinary Intervention in Archaeological Sites for the Conservation, Communication and Culture Edited by Marco Vaudetti, Valeria Minucciani, Simona Canepa,

Giuseppe De Giovanni, Problematiche di valorizzazione,fruizione e musealizzazione dei beni culturali. Tecnologie innovative per la città ritrovata,

https://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/volano-tomi-massimo-de-caro-condannato-sette-anni-furto-libri-201920.htm

https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/girolimoni-girolamini-marino-massimo-de-caro-ha-rubato-000-volumi-45015.htm

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https://www.corriere.it/cronache/12_aprile_17/biblioteca-vico-libri-spariti-stella.

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