Dalla Difesa Penale alla Security: Il Paradosso degli Investigatori Privati
ROMA – Perché in Italia un investigatore privato finisce, nella stragrande maggioranza dei casi, a fare la “guardia giurata” o l’addetto alla sicurezza, lontano mille miglia dalle aule di tribunale? Per comprendere questo singolare declassamento professionale bisogna fare un passo indietro di oltre trent’anni, fino a quella che doveva essere una vera e propria “rivoluzione copernicana” per la giustizia italiana, trasformatasi oggi in una grottesca parabola discendente.
Il sogno del 1989: l’investigatore protagonista in tribunale
Il 24 ottobre 1989, con l’archiviazione del vecchio codice Rocco del 1930, entrava a pieno regime il nuovo Codice di Procedura Penale. L’obiettivo era ambizioso e democratico: porre accusa e difesa finalmente sullo stesso piano, davanti a un giudice terzo. In questo nuovo scenario, gli investigatori privati avrebbero dovuto ricoprire un ruolo da protagonisti assoluti. Ruolo assorbito dai consulenti tecnici che giuridicamente non possono svolgere indagini o raccogliere informazioni.
A sancirlo è l’articolo 327 bis del Codice, che riconosce al difensore la facoltà di svolgere investigazioni per ricercare elementi di prova a favore del proprio assistito. Al comma 3, la norma parla chiaro: queste attività possono essere svolte “da investigatori privati autorizzati”. Una consacrazione ufficiale che proiettava i detective privati a pieno titolo nel campo più delicato e serio della giurisprudenza: quello delle indagini difensive. Eppure, a distanza di decenni, gran parte della categoria sembra non essersene mai accorta.
Il cortocircuito formativo e la deriva dei “buttafuori autorizzati”
Il fallimento di questa promessa nasce da una profonda discrepanza tra il ruolo previsto dalla legge e la reale preparazione della categoria. Per molti investigatori, il mondo del diritto penale ha rappresentato (e rappresenta tuttora) un tabù inavvicinabile. Storicamente, il settore ha spesso assorbito figure del tutto digiune di materie giuridiche: ex camionisti, ex benzinai, o soggetti formatisi in agenzie con un’impostazione puramente muscolare e operativa. Pur ottenendo la licenza prefettizia, molti si sono trovati sprovvisti degli studi specifici necessari per supportare gli avvocati penalisti.
Non sapendo come muoversi nei complessi meandri della giurisprudenza, ma dovendo pur sempre far quadrare i conti a fine mese, la maggioranza si è reinventata concentrandosi su ciò che sapeva fare meglio: la sicurezza fisica e il “body-guarding”.
A istituzionalizzare questa deriva è intervenuto il Decreto Ministeriale 1° dicembre 2010, n. 269. Nato con il placet di alcune blasonate associazioni di categoria per disciplinare i “requisiti di qualità e le capacità tecniche” degli istituti, il decreto ha finito per definire le aree di intervento in modo tale da assecondare questa mutazione. Il risultato per circa l’80% di questi operatori? Dalla padella alla brace. Quella che doveva essere una riforma elevatrice si è rivelata la scorciatoia che ha trasformato una potenziale élite dell’investigazione in una massa di “buttafuori autorizzati”.
Dalle indagini ai piazzali dei supermercati: una fine ingloriosa
Oggi, la quotidianità di chi vanta il titolo di investigatore privato è spesso avvilente. Alla fine li troviamo a “dirigere il traffico” in occasione di spettacoli musicali, a presidiare i varchi nelle manifestazioni carnascialesche o a fare da cordone negli stadi durante le partite di calcio. L’apice del declassamento si raggiunge nei grandi magazzini, dove, tra un giro di ispezione e l’altro, questi professionisti si ritrovano costretti a riporre negli appositi stalli i carrelli abbandonati da una clientela disordinata e disattenta.
Di fronte a questa fine ingloriosa, sorge spontaneo un interrogativo inquietante. Viene da chiedersi se questo svuotamento professionale non sia stato, in fondo, tacitamente voluto da qualcuno. Qualcuno che, forse, ha avuto paura che la categoria potesse evolversi: smettendo i panni dei rincorritori di coppiette fedifraghe per trasformarsi in veri e propri cacciatori di quegli errori giudiziari che, ormai, sono drammaticamente troppo frequenti nelle nostre aule di giustizia.
Davide C.


