“Compagni di Merenda”: Lotti Mentiva Spudoratamente.
Davide Cannella e Pietro Pacciani nella sua "famosa" cucina.
TERZA PUNTATA.
Terremoto al Processo “Compagni di Merenda”: Lotti Mentiva Spudoratamente. Crolla l’Impianto Accusatorio?
Un rapporto esplosivo della Falco Investigazioni piomba in Corte d’Assise all’ultimo minuto. Il PM Canessa sbianca in aula. Spuntano i misteri sulle auto del “Katanga” e i dubbi sulla reale costituzione S.A.M. Squadra Anti-Mostro.
FIRENZE — Il 17 marzo del 1998, i giudici della Corte d’Assise stavano ormai per ritirarsi in camera di consiglio per deliberare, quando la storia di uno dei processi più mediatici e controversi d’Italia ha subìto un arresto improvviso, un sussulto drammatico che rischia di far crollare un intero castello accusatorio. All’ultimo minuto — ultimo nel senso più letterale del termine — ha fatto il suo ingresso in aula, trafelato ma risoluto, l’investigatore e il criminologo Davide Cannella.
Pochi istanti dopo, l’Avvocato Nino Filastò, storico e battagliero difensore di Mario Vanni, dopo aver letto rapidamente il documento appena consegnatogli, si è alzato in piedi richiamando l’attenzione dell’aula: «Signor Presidente, ho qui tra le mie mani il rapporto della Falco Investigazioni di Davide Cannella, da me incaricato per le indagini difensive. Vorrei che Lei, Signor Presidente, lo leggesse».
Il documento è passato anzitutto dalle mani del Pubblico Ministero Paolo Canessa. Chi era presente in quel momento descrive una scena cinematografica: nel leggerne il contenuto, il magistrato è letteralmente sbiancato. Il rapporto Cannella conteneva quella che la difesa definisce “la prova provata” del fatto che Giancarlo Lotti, il supertestimone, il “pentito” chiave dell’intera inchiesta sui secondi livelli e i complici del Mostro, aveva mentito spudoratamente davanti alla Corte.
Un momento terribile per la pubblica accusa, che vede vacillare un impianto fondato su indizi fragili e sulle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che appariva fin troppo tutelato. Un uomo, Lotti, che la difesa di Vanni e il dr. Cannella in prima persona non ha mai potuto incontrare per esercitare il legittimo diritto costituzionale, poiché costantemente vigilato giorno e notte da un servizio di scorta che, ironizza il criminologo, «neppure il Presidente della Repubblica ha mai avuto». Un “pentito” che, oltre alla protezione, godeva di enormi benefici e “forse” di ingenti somme di denaro in base alla legge sui collaboratori di giustizia. Un dato è emerso con certezza: lo Stato gli pagava i migliori ristoranti della zona e persino le polizze assicurative della propria automobile.
Una situazione che, per un soggetto da tutti a San Casciano in Val di Pesa ritenuto un “minus abens”, rappresentava un successo inaspettato, una clamorosa rivalsa sociale nei confronti di quanti lo avevano sempre deriso chiamandolo con il soprannome di “Katanga”.
Il colpo assestato da Cannella quel giorno è apparso micidiale. In aula, un preoccupato PM Canessa cercava continuamente con lo sguardo il suo braccio destro, Michele Giuttari, capo di quella che viene definita una “sedicente” Squadra Anti-Mostro. Un ufficio investigativo su cui iniziano a addensarsi pesanti nubi e anomalie: parrebbe infatti che tale squadra non sia mai stata legalmente ed ufficialmente costituita con i sacri crismi istituzionali. A far discutere sono anche i dettagli operativi, come l’utilizzo di indirizzi di posta elettronica legati a provider commerciali comuni (tipo squadraantimostro@alice.it), tutt’altro che in linea con i protocolli di sicurezza di una vera task force di polizia . Così all’epoca disse ‘l’Avv. Nino Filastò a Cannella.
Un vero disastro, una débâcle che rischia di mettere definitivamente la parola fine alla pista dei “Compagni di Merenda” e a tutte le altre diramazioni nate dalle parole del “Katanga”. Dichiarazioni, quelle di Lotti, che nel corso degli anni hanno gettato nel fango stimati professionisti e intere famiglie, come quella del tragicamente noto Dottor Narducci. La narrazione horror del Lotti si condensava in formule ormai entrate nella cronaca nera: Pacciani sparava, Vanni tagliava e i feticci venivano venduti a un misterioso dottore legato alla Massoneria o a improbabili sette segrete che «ni pagava bene». Una versione cinematografica che oggi barcolla paurosamente.
Tornando alla fatidica udienza, il Presidente della Corte d’Assise, Enrico Ognibene, durante il processo di primo grado ai presunti complici del Mostro di Firenze (1994-1995), ha voluto vederci chiaro sulle vetture in uso a Lotti. Dagli atti ufficiali è emerso che Lotti possedette e utilizzò fino al 1985 una Fiat 128 Coupé, un’auto sportiva a coda tronca. Ma, guarda caso, stando alle ricostruzioni, la sera del delitto degli Scopeti (i ragazzi francesi), Lotti circolava con un catorcio di macchina rossa, un veicolo che aveva dovuto persino “cannibalizzare” poiché il motore era completamente fuso mesi prima del delitto di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili, sorpresi mentre erano in tenda.
Nelle udienze successive, di fronte al rischio di vedere sfumare anni di indagini e teorie strampalate, “qualcuno” bene informato ebbe sicuramente il tempo per elaborare una contromossa. “Qualcuno”, deve aver suggerito a Lotti una precisa strategia difensiva. Gli sarebbe stato consigliato (il condizionale è d’obbligo) di dichiarare che possedeva e usava entrambe le vetture contemporaneamente e che quella fatidica sera avesse la disponibilità anche del 128 rosso.
Un’ipotesi che stride violentemente con la logica: se Lotti aveva già una nuova autovettura funzionante, per quale motivo avrebbe dovuto rimettere in marcia e far viaggiare un rottame che non aveva nemmeno il motorino di avviamento funzionante? Un interrogativo puramente logico che per ora resta sospeso nel fitto mistero della fede e della “giustizia italiana”.
SEGUE.


