«Dillo che era Vanni o ti togliamo il bambino»: il calvario di Sabrina e le ombre sul Mostro di Firenze
Mostro di Firenze: la clamorosa testimonianza shock di Sabrina Carmignani rompe il silenzio sulle pressioni degli inquirenti. Il colloquio con l’investigatore Cannella riapre il caso Scopeti e smonta la cronologia ufficiale del delitto.
Di Redazione Cronaca – QUARTA PUNTATA
SAN CASCIANO VAL DI PESA — Un pomeriggio di inizio autunno a San Casciano del 2003. Quando l’investigatore privato Davide Cannella, titolare della nota agenzia Falco Investigazioni di Lucca, suona insieme ai suoi collaboratori al campanello della signora Sabrina Carmignani, l’atmosfera è satura della tensione che si trascina dietro da anni di ombre giudiziarie sul caso del Mostro di Firenze. La donna, una figura distinta e giovanile, si affaccia alla porta blindata con uno sguardo fermo e una domanda che suona come una trincea difensiva: «Chi è?».
Non c’è nemmeno il tempo per l’investigatore di completare la frase — «Sono Davide Cannella, Falco investigazioni…» — che la donna esplode in una scarica di improperi, lo sfogo rabbioso di chi si sente braccato da troppo tempo: «Mi avete rotto le scatole, non ne posso più! Mi avete distrutto la vita! Andate tutti a vaffanculo. Voi della polizia mi avete veramente stufato».
Un equivoco drammatico, figlio dell’esasperazione. Cannella intuisce subito il peso di quel fraintendimento e ribatte prontamente per rassicurarla: «No, signorina. Non siamo della polizia. Sono Davide Cannella della Falco Investigazioni e questi sono i miei collaboratori. Mi manda l’Avvocato Nino Filastò».
Il nome del celebre legale della difesa di Mario Vanni agisce come una chiave d’accesso immediata. Lo sguardo di Sabrina Carmignani si rasserena all’istante, e la diffidenza si scioglie in un sospiro di scuse: «Cannella, Falco? Mi scusi, pensavo fossero gli uomini di quel bel gentiluomo di Michele Giuttari. Prego, accomodatevi in casa».
L’orrore degli Scopeti nel giorno del compleanno
Seduti attorno al grande tavolo della cucina, l’infermiera inizia il racconto dettagliato di quello che doveva essere un giorno di festa e che si è trasformato nell’inizio del suo calvario personale. È il pomeriggio dell’8 settembre 1985, il giorno del suo compleanno. Sabrina e il suo fidanzato dell’epoca decidono di concedersi una pausa e si recano nella piazzola degli Scopeti. È lo stesso identico luogo in cui, di lì a poco, verranno scoperti i corpi straziati di Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, le ultime vittime ufficiali del Mostro.
«Eravamo lì con l’intenzione di mangiarci una fetta di torta per uno. Era il mio compleanno», ricorda la donna con precisione. «Ma poi, uno strano puzzo e un gran nugolo di mosche ci hanno fatto desistere. Ricordo nitidamente che c’era una tenda vicino a dove ci eravamo fermati».
A questo punto del colloquio, Cannella interrompe la narrazione per chiederle un dettaglio fondamentale ai fini della ricostruzione cronologica del duplice omicidio: come si presentava la tenda quel pomeriggio?
La risposta della Carmignani è netta e raggelante: «La tenda era tutta sciupata. Davanti all’ingresso c’era tutto sporco, uno sporco come unto. E poi, in tutta la zona, aleggiava un gran puzzo di cadavere. Io me ne intendo di odore di morte: sono un’infermiera e ho lavorato per molto tempo all’obitorio». Sollecitata dall’investigatore a chiarire meglio l’anomalia di quella visione rispetto alla versione ufficiale, la testimone insiste con decisione: «La tenda era sciupata, anche i paletti sembravano storti. Insomma, pareva una tenda abbandonata da tempo o che aveva subito una battaglia. Quello che mi colpì in maniera particolare era proprio tutto quel sudicio davanti all’ingresso».
L’auto misteriosa e l’inizio del calvario
Mentre i due giovani decidevano di allontanarsi a causa dell’aria irrespirabile, un altro elemento si inserisce nella scena: un’automobile con un uomo solo a bordo giunge nella piazzola. Il conducente esegue una rapida manovra e si allontana immediatamente, esattamente così com’era arrivato.
Il vero incubo, tuttavia, ha inizio il giorno successivo. Passando nuovamente nei pressi della famigerata piazzola insieme alla madre, Sabrina nota un dispiegamento imponente di forze dell’ordine: centinaia di agenti circondano l’area del delitto. Fermatesi per chiedere informazioni, apprendono che il Mostro ha colpito ancora. Spinta da un senso di dovere civico, la donna si rivolge istintivamente a un poliziotto sul posto: «Ieri pomeriggio io e il mio ragazzo eravamo proprio qui, in questa piazzola».
«Non lo avessi mai fatto», confessa con profonda amarezza. Da quel momento la Carmignani viene identificata e condotta in caserma per essere messa a verbale. È l’inizio di una pressione psicologica che la donna definisce intollerabile: «Volevano in tutte le maniere che dicessi che l’uomo alla guida dell’auto arrivata nella piazzola mentre andavamo via fosse Mario Vanni. Io ho insistito ripetutamente dicendo di no, che non era assolutamente lui. Un’altra fisionomia, un’altro uomo. Un poliziotto arrivò a dirmi che stavo coprendo il Vanni e che dovevo dire la verità».
La stanza buia e la minaccia più grave
Il racconto si fa cupo, delineando metodi d’indagine fortemente coercitivi: «Mi hanno portata in una saletta buia e hanno cominciato a proiettarmi le diapositive dei ragazzi assassinati. Anche se sono un’infermiera, stavo per vomitare. Un poliziotto, da dietro le mie spalle, continuava a ripetere: “Dillo che era Vanni. Lo vedi cosa ha fatto?”. Ma come potevo dire che era Vanni quando quell’uomo non gli somigliava per niente? Non posso mica dire quello che volete voi».
La parte più drammatica e inquietante della rivelazione riguarda i “consigli” ricevuti successivamente nel proprio ambito privato. La donna evoca minacce che hanno toccato gli affetti più cari: «Sono stata persino “consigliata” da una persona a me vicina di assecondare la polizia. Io sono una madre e all’epoca avevo un bambino piccolo; sono stata presa da parte e mi è stato detto chiaramente che se non avessi smesso di negare, se avessi continuato a dire che quell’uomo non era il Vanni, mi avrebbero tolto il bambino. Che schifo».
Il grande enigma: quando sono morti davvero i francesi?
Le rivelazioni di Sabrina Carmignani aprono ancora oggi un enorme squarcio sulla verità processuale che ha condannato i “Compagni di merende”. La sua testimonianza, infatti, solleva una domanda cruciale che rischia di far crollare l’intero castello accusatorio dell’epoca: quando è avvenuto davvero il delitto degli Scopeti?
Secondo la ricostruzione ufficiale e la testimonianza del “teste Alfa” Giancarlo Lotti, i due turisti francesi sarebbero stati uccisi la notte di domenica 8 settembre 1985. Ma le parole dell’infermiera descrivono uno scenario totalmente incompatibile con questa linea temporale. Il pomeriggio dell’8 settembre — ore prima dell’orario del delitto stabilito dalle sentenze — la tenda era già “sciupata”, i paletti erano storti, l’ingresso era imbrattato di una sostanza untuosa e, soprattutto, l’aria era resa irrespirabile da un fetore inequivocabile.
«Io me ne intendo di odore di morte: sono un'infermiera e ho lavorato all'obitorio».
Se il puzzo di cadavere e il nugolo di mosche erano già presenti nel pomeriggio di domenica, significa che Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot erano già stati uccisi il giorno prima, o forse addirittura due giorni prima (il venerdì o il sabato date compatibili con il modus operandi del Mostro). Una discrepanza cronologica devastante: se i francesi erano già morti, il racconto di Giancarlo Lotti su ciò che accadde la domenica sera diventa un falso storico. Una pagina nerissima che riapre prepotentemente il dibattito, gettando una luce sinistra sui metodi utilizzati per blindare una verità giudiziaria che oggi appare sempre più vacillante.
*** © Riproduzione Riservata


