«Criminologi come Polifemo»: il fango sulla Pista Sarda smentito dalle carte sul Mostro di Firenze
La famigerata cassetta postale dove il Mostro ha spedito un frammento dei feticci
QUINTA PUNTATA
FIRENZE – «Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola». Una frase tristemente celebre, attribuita storicamente alla follia di Joseph Goebbels. Oggi, fatte le dovute proporzioni e guardando al caos documentale che circonda il caso del Mostro di Firenze, verrebbe da dire: «Quando sento che i sardi non c’entrano niente con il Mostro, metto mano ai fascicoli».
Fascicoli veri, polverosi, scritti nero su bianco. Quegli stessi atti che certi sedicenti professori di criminologia non hanno mai letto, e che forse non hanno nemmeno mai visto da lontano. Eppure parlano. Parlano dalle cattedre, pontificano in TV, dispensando teorie che stanno alla criminologia come Polifemo sta allo strabismo.
Sarebbe interessante un confronto pubblico con questi “soloni” dell’ultima ora. Ma il confronto non avverrà mai: non avendo argomenti reali al proprio arco, preferiscono limitarsi a congetture fantasiose, prive della benché minima logica investigativa.
Il mito del “colpo di genio”
Per anni la narrativa ufficiale ci ha raccontato una favola suggestiva. Nel giugno del 1982, subito dopo il brutale duplice omicidio di Antonella Migliorini e Paolo Mainardi a Baccaiano di Montespertoli, gli inquirenti brancolavano nel buio. Fu allora – secondo la vulgata – che il maresciallo Francesco Fiori, all’epoca in servizio a Lastra a Signa, ebbe un colpo di genio, un’intuizione formidabile che cambiò la storia del caso, dando vita alla celebre “pista sarda”.
Il maresciallo si sarebbe ricordato di un vecchio delitto di cronaca nera del 21 agosto 1968 a Castelletti di Signa, dove furono assassinati Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. Una vicenda legata a doppio filo a una comunità di immigrati sardi (tra cui il marito della Locci, Stefano Mele, e i fratelli Vinci). Notando le analogie (le vittime in auto, le modalità d’esecuzione), Fiori avrebbe ricollegato i due mondi.
La realtà, però, è un’altra. Ed è decisamente meno romanzata.
Quel biglietto anonimo che cambia la storia
Niente di più falso. A smontare il mito dell’intuizione investigativa ci hanno pensato anni fa il criminologo e investigatore privato Davide Cannella insieme al compianto giornalista Mario Spezi. Due dei massimi esperti della vicenda del Mostro.
Furono loro a scoprire che la pista sarda non nacque da un lampo di genio nella mente del maresciallo Fiori, bensì da un input esterno molto preciso. Subito dopo il terzo duplice delitto, arrivò sul tavolo del maresciallo un biglietto anonimo. Il testo recitava all’incirca così:
«Volete acchiappare l’assassino delle coppiette? Andate a vedere il delitto Locci-Lo Bianco avvenuto a Castelletti di Signa nel 1968».
Altro che intuizione. Fu quella soffiata anonima a spingere gli inquirenti a scovare negli archivi il fascicolo del 1968. Una ricerca che portò a una scoperta oggettiva e terrificante: i bossoli di quel vecchio delitto erano stati camerati ed esplosi dalla stessa identica pistola – la famigerata Beretta calibro 22 che avrebbe firmato l’intera catena di sangue del Mostro di Firenze.
La criminologia non insegue le farfalle
Questo è un dato oggettivo, incontrovertibile, inchiodato agli atti giudiziari e alle perizie balistiche ma soprattutto alle indagini fatte da chi le sa fare veramente.
E allora la domanda sorge spontanea e va girata direttamente ai soloni della criminologia da salotto: di fronte a un dato così pesante e inoppugnabile, un buon criminologo che cosa dovrebbe fare? Dovrebbe abbandonare le prove materiali per rincorrere le farfalle? Dovrebbe proiettare fantasiose teorie sociologiche e profili psicologici da brivido, che portano solo alla risibilità di un’indagine che è, invece, maledettamente seria?
La pista sarda non è un’invenzione letteraria, è il punto di partenza geometrico di tutta questa storia. Gli psicologi dovrebbero fare solo il loro mestiere e non avventurarsi in analisi cervellotiche che non appartengono al loro bagaglio culturale.
Viene da scomodare Vladimir Vladimirovič Nabokov, che stufo di essere tacciato di essere un maniaco sessuale da orde di psicologi – convinti che solo un pervertito potesse scrivere un romanzo come Lolita – diede una risposta che non tardò ad arrivare e che rimase memorabile. Il grande scrittore aveva infatti una visione notoriamente feroce e sarcastica (come quella di Davide Cannella) della psicoanalisi, che definì sprezzantemente come una cura «che consiste nello spalmarsi miti greci sulle parti intime», liquidando lo stesso Sigmund Freud come un «rozzo ciarlatano».
Chi sostiene, invece, che la pista sarda con il Mostro di Firenze non c’entri nulla, semplicemente non ha letto le carte ed è profondamente strabico. Proprio come Polifemo.»
Davide Cannella
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