L’ illusione delle baby gang: se la risposta sostituisce l’ educazione

La Dott.ssa Wilma Ciocci

Tempo di lettura 4 minuti

L’espressione “baby gang” è una formula giornalistica adottata ormai da tempo dai media per fare riferimento a qualsiasi gruppo giovanile che compia reati. Si tratta di una definizione fuorviante, poiché raramente coinvolge bambini e, nella maggior parte dei casi, non si riferisce a vere e proprie organizzazioni criminali.

Eppure, il dibattito pubblico descrive una realtà diversa, parlando costantemente di emergenza e di città assediate. Attorno agli adolescenti è stato così costruito un vero e proprio panico morale. Di conseguenza, le segnalazioni aumentano anche a causa della crescita della paura collettiva: comportamenti che prima venivano gestiti in ambito educativo oggi diventano oggetto di denuncia.

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In questo meccanismo entra in gioco l’agenda setting: i media non ci dicono come pensare, ma a cosa pensare. La ripetizione ossessiva dei fatti di cronaca, la loro serializzazione e l’anomala densità della cronaca nera nel sistema informativo italiano producono, infatti, una percezione fortemente amplificata del rischio.

Queste narrazioni, che spesso dipingono il fenomeno come diffuso e in costante aumento, contribuiscono significativamente a modellare l’opinione e la percezione pubblica sulla violenza minorile. Al riguardo, il Primo Rapporto UNIV-Censis “La sicurezza fuori casa” del 2025 evidenzia un crescente senso di insicurezza in Italia. Questa percezione del pericolo risulta particolarmente accentuata tra donne e giovani, i quali dichiarano di aver subìto minacce o vissuto esperienze di disagio negli spazi pubblici.

Gang o Banda?

Non esiste una definizione unanimemente condivisa di “gang” o “banda”, nonostante il tema vanti una lunga tradizione di studi sociologici nel corso del Novecento e nei primi decenni del Duemila: dagli Stati Uniti degli anni Venti e Trenta al Canada, dall’America Centrale e del Sud fino alle diverse società europee (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania, Spagna e Italia).

La parola “gang” designa un oggetto così indefinito e plurale nelle sue articolazioni da essere considerata un termine «contenitore», utile a sintetizzare realtà molto diverse tra loro. Le aggregazioni criminali o devianti, più o meno stabili e durature nel tempo, assumono infatti molteplici forme. Queste si collocano su un continuum che spazia dalle bande strutturate gerarchicamente — composte da centinaia di aderenti, diffuse nelle carceri di molte parti del mondo e dominanti su specifici territori per la gestione di grandi traffici illegali, soprattutto di stupefacenti — fino a gruppi decisamente più fluidi e occasionali.

Gli adolescenti si aggregano in gruppi più o meno numerosi per compiere reati — non di rado caratterizzati da atti di violenza — o semplicemente per manifestare condotte trasgressive e devianti.

Anche in questo caso si osserva un continuum aggregativo: si va dalla collaborazione ristretta tra due o tre amici, che agiscono nella forma del cosiddetto co-offending, a gruppi più estesi che assumono, solitamente per brevi periodi, la configurazione di una vera e propria “banda giovanile”. Si tratta di aggregazioni fluide e spesso imprevedibili, che tendono a formarsi, sciogliersi e ricomporsi con estrema rapidità.

Il fenomeno è davvero in crescita?

Nelle statistiche penali ufficiali italiane non esistono dati ricavati da registrazioni della polizia o della magistratura specificamente riferiti all’«oggetto» banda. Questa assenza è dovuta al fatto che l’ordinamento giuridico italiano non ne fornisce una definizione legislativa. Di conseguenza, quantificare con precisione la diffusione e l’andamento nel tempo del fenomeno delle gang risulta di fatto impossibile.

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Gli unici indicatori quantitativi disponibili riguardano, in generale, i minorenni e i giovani adulti denunciati o condannati, le situazioni di correità e, con maggiore approssimazione, il numero di imputati per associazione per delinquere (art. 416 del Codice Penale), la fattispecie di reato che più si avvicina a una forma organizzativa assimilabile a una banda. I dati consultabili sui portali della Giustizia minorile e nelle statistiche giudiziarie dell’Istat smentiscono l’idea di un’emergenza: negli ultimi decenni si registra una sostanziale stabilità, se non talvolta una diminuzione, dei soggetti denunciati e condannati, anche per il reato associativo.

Il carcere per i minori come scorciatoia sociale

Al 31 dicembre 2025, i minori e i giovani adulti in carico al sistema della giustizia minorile risultavano essere 17.027, a fronte dei 13.658 registrati nel 2022. In soli tre anni, si è assistito a una crescita del 25%.

Una tendenza analoga si riscontra all’interno degli Istituti Penali per Minorenni (IPM), dove le presenze sono passate dalle 381 unità di fine 2022 alle 572 di fine 2025. Questo incremento statistico mette in luce un nodo cruciale: il dato non attesta un’improvvisa esplosione della devianza giovanile, bensì una progressiva espansione e irrigidimento delle risposte penali da parte delle istituzioni.

Prevenire è possibile: strategie e interventi sul territorio

Per contrastare efficacemente la formazione delle bande giovanili è essenziale interrogarsi sulle strategie di prevenzione, spostando il focus dall’azione punitiva a quella educativa e sociale. Gli assi portanti di questo approccio integrato si articolano su tre livelli:

Il ruolo centrale dei servizi sociali: Il servizio sociale, in particolare quello comunale, svolge una funzione fondamentale nello sviluppo delle politiche sociali e nell’attivazione di nuovi servizi territoriali. Il suo compito è intercettare e dare risposta ai bisogni dell’individuo e della comunità che, altrimenti, rimarrebbero inascoltati, alimentando sacche di marginalità.

Un modello integrato per le scuole: È necessario adottare all’interno degli istituti scolastici un protocollo di individuazione e intervento precoce orientato alla tutela della salute mentale e del benessere psicologico. In un’ottica puramente preventiva, questo modello deve basarsi su indicatori condivisi di vulnerabilità e rischio — come il ritiro sociale o le assenze scolastiche reiterate — per ridurre tempestivamente il rischio di violenza minorile.

Il sostegno alla genitorialità: Risulta imprescindibile attivare percorsi di supporto per le famiglie in condizioni di fragilità economica, sociale o educativa, fornendo loro gli strumenti necessari per accompagnare la crescita dei figli.

La figura degli educatori di strada: Il potenziamento dell’educazione stradale e dei servizi di street work consente di agganciare i giovani direttamente nei loro luoghi di aggregazione informale, offrendo alternative costruttive alla devianza prima che i comportamenti degenerino in reati.

Dott.ssa Wilma Ciocci

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