“Salutava sempre.”

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È la frase che riecheggia in ogni telegiornale, il cliché più logoro e al tempo stesso più spaventoso della cronaca nera. Quando il nastro bicolore della polizia cinge una villetta di periferia o un banale appartamento borghese, lo stupore del vicinato è una costante immutabile. È il trionfo della maschera della normalità.

Benvenuti a Radio Caffè Criminale dellla Falco Investigazioni di Lucca. Oggi non ci addentriamo in un vicolo buio o nei bassifondi di una metropoli, ma nel giardino curato o nel pianerottolo del vicino della porta accanto.

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Nell’immaginario collettivo, il predatore ha i tratti del mostro: un emarginato, un reietto sociale che vive nell’ombra, riconoscibile a prima vista. La realtà investigativa e psichiatrica ci consegna invece un ritratto molto più freddo. Il vero abisso si nasconde spesso dietro un prato tagliato di fresco, una fede al dito e un impiego rispettabile. Lo psichiatra Hervey Cleckley, pioniere nello studio della psicopatia, la definì la maschera della sanità: il criminale lucido non prova vera empatia, ma è un attore formidabile nell’imitarla. Studia le reazioni umane e le riproduce, costruendo un mimetismo sociale che disarma qualsiasi sospetto.

Il male non si nasconde ai margini della società, ma ne sfrutta il centro. L’americano Dennis Rader (il serial killer BTK) ne è un esempio lampante: torturatore di notte, presidente della sua chiesa e impiegato comunale di giorno. Godeva dell’onnipotenza di rassicurare i propri figli sui mostri là fuori, sapendo di essere lui stesso il mostro che l’intera città stava cercando.

Non serve però attraversare l’oceano per misurarsi con questa realtà. La cronaca nera italiana è profondamente segnata dai delitti degli “insospettabili”, dove l’orrore esplode nel cuore dei quartieri più tranquilli.

Il mistero di Via Poma, che dall’agosto del 1990 tormenta le coscienze e i tribunali del nostro Paese, ne è forse l’incarnazione più frustrante. L’assassino di Simonetta Cesaroni non era un balordo o un predatore di strada. Chi l’ha uccisa con ventinove coltellate in quel palazzo dell’elegante quartiere Prati a Roma era, con ogni probabilità, parte di quel mondo. Qualcuno che, dopo una mattanza feroce, ha trovato la freddezza clinica per lavare via il sangue, riordinare l’ufficio, chiudere la porta a quattro mandate e svanire nell’afa di una capitale deserta. Un fantasma che si è semplicemente rimesso la maschera ed è tornato alla sua vita borghese, alle sue cene e alle sue vacanze, protetto per oltre trent’anni dalla più impenetrabile delle armature: un’apparenza impeccabile.

Quando la maschera cade, tuttavia, il risveglio è brutale. Basti pensare alla Strage di Erba: Olindo e Rosa non erano geni del male, ma la quintessenza della banalità. Due coniugi metodici, chiusi nella loro bolla di lamentele condominiali che, dopo aver sterminato quattro persone e un bambino, sono tornati nel proprio appartamento a fare la lavatrice, presentandosi poi davanti alle telecamere per recitare la parte dei vicini sgomenti. Un caso denso di anomalie investigative e colpi di scena, tanto che lo stesso Azouz Marzouk — marito e padre di due delle vittime, rifiutandosi di credere alle verità di comodo — ha in seguito incaricato il noto investigatore privato Davide Cannella di condurre indagini difensive autonome per scavare più a fondo nei troppi coni d’ombra di quel condominio di via Diaz.

L’invisibilità di queste figure è garantita dal nostro bisogno intrinseco di fidarci di chi si conforma alle regole, di chi veste come noi, di chi scambia due chiacchiere sul tempo o sui rumori del palazzo.

Il vero orrore della cronaca nera non risiede nella crudeltà di un delitto. Risiede nella consapevolezza che, questa mattina, il male potrebbe avervi tenuto aperto l’ascensore. E voi, senza la minima esitazione, gli avete sorriso di rimando.

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