43 anni fa la fine del “Generale Sconfitto”. L’agguato di Via Carini e i documenti scomparsi

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Palermo, 3 settembre 1982. Una notte di tarda estate siciliana è stata squarciata da una raffica di proiettili che ha spezzato la vita del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, uno dei più coraggiosi servitori dello Stato. L’agguato, avvenuto ieri sera in via Carini, ha segnato un’escalation terrificante nella guerra tra lo Stato e la mafia.

Il Generale Dalla Chiesa, da appena 100 giorni Prefetto di Palermo, era l’uomo che il governo aveva inviato per spezzare l’egemonia criminale di Cosa Nostra. Con la sua esperienza trentennale nella lotta contro il terrorismo delle Brigate Rosse, aveva portato in Sicilia un approccio deciso e una profonda conoscenza del crimine organizzato. Le sue prime azioni avevano già incontrato l’ostilità di chi temeva il suo rigore e la sua autonomia.

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L’agguato è stato brutale e pianificato meticolosamente. Erano le 21:15 quando la A112 guidata dalla moglie del Generale, Emanuela Setti Carraro, è stata affiancata da una BMW. I sicari hanno aperto il fuoco con un AK-47, non lasciando scampo a Dalla Chiesa, a sua moglie e all’agente di scorta Domenico Russo, che li seguiva in un’altra auto. L’attentato ha mostrato ancora una volta la spietatezza e la forza della mafia. Il corpo senza vita del Generale è rimasto esposto per ore, un macabro avvertimento a chiunque osasse sfidare il potere di Cosa Nostra.

A poco più di ventiquattro ore dalla tragedia, un’ombra inquietante si allunga sul luogo del delitto. Sono emersi nuovi dettagli che gettano un’ombra di mistero sulluogo del delitto. Si parla con insistenza di documenti di fondamentale importanza, trafugati dalla cassaforte nella casa del Generale subito dopo l’omicidio. La notizia, confermata da un’intercettazione del boss mafioso Totò Riina, alimenta l’ipotesi che l’omicidio di Dalla Chiesa non sia stato un semplice atto di vendetta, ma un’azione volta a eliminare un nemico pericoloso e a nascondere segreti scottanti.
Dalla Chiesa non era solo un militare, ma un simbolo di integrità e impegno civico. Le sue richieste di maggiori poteri per combattere la mafia erano state in gran parte ignorate. In un’intervista rilasciata poco prima della sua morte, aveva dichiarato di sentirsi come un “generale sconfitto” e di essere stato inviato a Palermo con un “mandato senza poteri”. La sua morte ha messo in luce le gravi lacune dello Stato nella lotta contro la criminalità organizzata.

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