“Il Bar dei Sardi”: una verità più semplice dietro il Mostro di Firenze?

Attilio Cubeddu

Tempo di lettura 3 minuti

Il 14 settembre del 1974, la quiete delle Fontanine di Rabatta, a Sagginale, frazione di Borgo San Lorenzo, fu squarciata da un duplice omicidio di una ferocia inaudita. L’Italia, con un brivido gelido, scoprì a sue spese la “vocazione anglosassone del terrore”, confrontandosi con una tipologia di criminalità che finora riteneva estranea ai propri confini. Le vittime, una giovane coppia, furono barbaramente assassinate all’interno e nei pressi della loro Fiat 127. L’uomo venne freddato con cinque colpi di pistola, mentre la ragazza, pur avendo ricevuto tre colpi d’arma da fuoco, fu trascinata fuori dall’auto ancora viva e poi finita con decine di coltellate, in un’esplosione di violenza sadica che lasciò attoniti gli inquirenti. La brutalità e la premeditazione suggerirono l’azione di un “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”, un insospettabile di giorno e assassino di notte. Con il tempo, si giunse persino a ipotizzare che l’assassino fosse uno stimato chirurgo di una clinica fiorentina. Un’ipotesi, come molte altre del resto, senza alcun fondamento.

Questo agghiacciante delitto, che per allora segnò l’inizio di una potenziale scia di sangue (fino a quando non arrivò il collegamento con un precedente omicidio del 1968), scatenò un fervore morboso di analisti e “strizzacervelli”. Sedicenti criminologi e psicologi colsero l’occasione per propinare le più stravaganti teorie, blaterando di “paranoici schizofrenici” e profili psicologici complessi, spesso senza alcuna logicità o base concreta. È un vendicatore solitario. Un predatore notturno. Un uomo che odia le donne hanno ipotizzato per decenni.

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In questo clima di speculazioni facili, è doveroso ricordare la sferzante “bordata” di Vladimir Nabokov contro la psicoanalisi, che risuonava allora come un monito alla cautela intellettuale. Nabokov, per vendicarsi dalle atroci affermazioni di orde di psicologi che lo avevano definito un maniaco sessuale per aver partorito e scritto il libro “Lolita”, dichiarò con tono sferzante: “la psicoanalisi è quella cura che consiste nello spalmarsi i miti greci sulle parti intime”. Come dargli torto? (Ndr)

Ma cosa accadrebbe se le affermazioni di questi “strizzacervelli” avessero contribuito a rendere la storia del Mostro di Firenze più complessa di quanto in realtà non lo fosse?

Il criminologo e investigatore privato Davide Cannella, da anni, suggerisce che la storia del pericoloso serial killer forse è più semplice di quanto si possa immaginare.

Oltre il Mostro: La Pista dell’Anonima Sarda e il “Bar dei Sardi”

E se dietro ai terribili crimini del cosiddetto “Mostro di Firenze” non ci fosse nessun “Dottor Jekyll e Mr. Hyde”, bensì una manovra ben riuscita per sviare le indagini dalla piaga dei sequestri di persona che attanagliava la Toscana in quegli anni? Un’ipotesi inquietante che riporterebbe al centro dell’attenzione un fenomeno criminale ben più strutturato e meno “psicologico” dice Cannella.

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Tra gli anni ’70 e ’80, diversi bar di Prato erano noti per essere malfamati, specchio di un’immigrazione interna non ancora conclusa e di difficoltà di integrazione che alimentavano la cronaca nera. In particolare, un bar di piazza Mercatale, soprannominato il “bar dei sardi”, era un punto di ritrovo per i pastori sardi insediati in Calvana e per figure che sarebbero poi entrate nelle indagini sui più feroci episodi di sequestri di persona.

Era qui che si davano appuntamento nomi come Mario Sale (organizzatore del tragico sequestro Baldassini), Giovanni Farina (capo di numerosi sequestri tra cui Del Tongo e Kronzucher), Virgilio Fiore e Attilio Cubeddu (forse latitante in Sudamerica), figure centrali della filiale toscana di quella che venne denominata “Anonima Sequestri”. Un vero e proprio “Romanzo criminale pratese” fatto di fughe rocambolesche nella macchia della Calvana, scontri a fuoco, delitti efferati ed episodi ancora misteriosi.

L’opinione pubblica, in quegli anni, stigmatizzò l’intera comunità sarda, costretta a subire il sospetto generale e la xenofobia diffusa, con scritte sui muri fiorentini che invocavano “Sardi, tornate a casa”. Si arrivò persino a progettare l’utilizzo delle leggi antimafia per controllare l’attività dei pregiudicati sardi sparsi per la penisola. Quel bar, oggi scomparso, rimane il simbolo di un’epoca difficile in cui la cronaca nera regionale era dominata da siciliani e sardi.

Un Inquietante Crocicchio di Destini Criminali

A rendere ancora più inquietante e strana la storia di questo “bar dei sardi” sono le sue altre frequentazioni. Fin dagli anni ’60, questo locale era frequentato da Barbara Locci, prima vittima del Mostro di Firenze, ( ma di questo non c’è prova), e dai suoi amanti, tra cui i fratelli sardi Francesco e Salvatore Vinci, i quali erano in contatto con gli altri sardi. Architrave della grande inchiesta sul Mostro di Firenze.

Il “bar dei sardi” si configura così come un vero e proprio punto di contatto tra il filone della criminalità sarda legata ai sequestri e quello degli indagati sulle vicende del Mostro, in una vicenda complessa e stratificata di cui, forse, non sapremo mai la verità. I misteri toscani, dunque, sono passati e forse continuano a transitare per piazza Mercatale, lasciando aperta la domanda: quali segreti e traffici si muovono oggi nelle sue vicinanze? La tesi di Cannella, nel suo disarmante pragmatismo, getta una luce diversa su decenni di indagini e suggestioni, riaprendo interrogativi fondamentali sulla natura del “Mostro” e sui veri moventi dietro la scia di sangue.

F.Ricciardi

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