L’Ombra del Mostro su Netflix: Successo e Polemiche per la Serie di Sollima

Immagine tratta da film "Il Mostro" di Stefano Sollima

Immagine tratta da film "Il Mostro" di Stefano Sollima

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La nuova serie Netflix, diretta da Stefano Sollima, ha conquistato il pubblico, riscuotendo un enorme successo. Tuttavia, l’entusiasmo è accompagnato da critiche aspre, spesso mosse da chi non ha una conoscenza approfondita dei fatti che ruotano attorno alla complessa vicenda del Mostro di Firenze.

Stefano Sollima è riuscito a cogliere con concretezza il tema centrale della storia del Mostro, creando una serie ben congegnata. Nonostante la qualità generale, si notano piccole sfumature ed errori che, nel contesto di una produzione così ambiziosa, si possono definire veniali. Il regista ha meriti innegabili nell’aver messo in luce aspetti cruciali della vicenda.

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L’errore più significativo e, purtroppo, più sistematicamente ripetuto riguarda la genesi del collegamento tra i duplici omicidi del Mostro e quello di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco avvenuto a Signa nell’agosto del 1968.

La narrazione popolare e parzialmente anche di alcuni inquirenti, a cui anche la serie sembra aderire, vuole che il Maresciallo dei Carabinieri di Lastra a Signa, Maresciallo Fiori, si sia ricordato “spontaneamente” di quel vecchio delitto. Si prosegue raccontando che Fiori avrebbe recuperato il fascicolo, trovando per “caso fortuito” i bossoli ancora spillati al suo interno. L’analisi balistica di questi bossoli avrebbe poi accertato l’identità dell’arma con quella usata in tutti gli otto duplici delitti successivi, inaugurando così la “pista sarda”.

Tutto giusto, tranne il “piccolissimo” ma fondamentale dettaglio: il Maresciallo Fiori non si ricordò del delitto di sua spontanea volontà ( ndr). Fu un anonimo, persona evidentemente a conoscenza di aspetti cruciali sul Mostro, a inviargli un biglietto. Questo anonimo invitava esplicitamente Fiori a cercare il colpevole proprio in quel fascicolo e tra i soggetti che ne facevano parte, aprendo così materialmente la cosiddetta “pista sarda”. Un dettaglio che, se omesso, rende la storia più confusa e meno credibile di quanto non lo sia già.

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Sollima, in maniera inequivocabile e sottile, riesce a far trapelare un mondo arcaico, in particolare legato alla tradizione rurale sarda, dove l’istituto del “pater familias” dettava legge e la donna era considerata poco più di un oggetto sessualmente disponibile, senza diritto di lamentele o di sottrarsi a un trattamento disumano.

Altrettanto incisiva è la narrazione che evidenzia le aberrazioni comportamentali di alcuni soggetti chiave del delitto del 1968, in particolare Stefano Mele (marito di Barbara Locci) e Salvatore Vinci, amante dei due. Il regista mette in luce come queste figure fossero sessualmente viziosi, con comportamenti oggi ritenuti non conformi ai canoni odierni.

L’ultimo episodio, focalizzato prevalentemente su Salvatore Vinci, suggerisce (in modo erroneo) che possa essere lui il Mostro. Tuttavia, come molti, il regista potrebbe essere caduto nella trappola costruita da chi nutriva un odio viscerale per Salvatore fin dalla giovinezza. Questa ostilità, unita all’aiuto di un altro soggetto acerrimo nemico di Vinci, avrebbe permesso di costruirgli addosso l’immagine del killer spostando da loro due le corrette attenzioni degli inquirenti.

Il rapporto tra questi tre soggetti, era intriso di un odio sordo e profondo. Difficilmente comprensibile per la nostra mentalità. A questo punto, sorge spontanea una domanda:

“E se l’autore del biglietto anonimo, spedito al Maresciallo Fiori, fosse stato proprio Salvatore Vinci, con l’intento di indirizzare gli inquirenti sulle tracce del Mostro e, nello specifico, di quelle due persone di cui aveva una terribile paura?”

Per chi volesse approfondire il tema, consiglio la lettura libro: “Winchester calibro 22, serie h. Analisi spietata del mostro di Firenze – di Davide Cannella

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