L’ENIGMA MORO: 48 anni di nebbia tra via Fani e l’ombra della CIA
DIRETTA DA ROMA – Sono passati quasi cinquant’anni da quella mattina del 16 marzo 1978, ma la domanda che continua a tormentare la storia della Repubblica rimane la stessa: chi si nascondeva davvero dietro il rapimento dell’onorevole Aldo Moro? Se per la magistratura la verità è scritta nelle sentenze che condannano le Brigate Rosse, per molti analisti e testimoni il quadro resta incompleto, sporcato da sospetti di regie internazionali e presenze mai chiarite.
L’eccidio di via Fani: un’azione (troppo) perfetta?
Erano le 9:00 circa quando il cuore dello Stato venne colpito a morte. Aldo Moro stava raggiungendo la Camera dei Deputati per il giorno della fiducia al governo Andreotti, il primo sostenuto dal PCI. Un momento storico che qualcuno, forse, voleva impedire a ogni costo.
L’agguato fu di una precisione chirurgica. Quattro uomini in finte divise Alitalia sbucarono da dietro le siepi del bar Olivetti e, in pochi secondi, annientarono la scorta. Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi caddero sotto una pioggia di proiettili. Moro, incolume, fu caricato su una Fiat 132 blu e portato via.
“L’organizzazione era pronta per il 16 mattina… se non fosse passato, saremmo tornati il giorno dopo”, raccontò anni dopo l’ex brigatista Valerio Morucci.
Eppure, proprio questa “prontezza” solleva dubbi atroci. Come facevano i brigatisti a conoscere con tale esattezza il tragitto di Moro, se nemmeno la scorta lo sapeva con certezza?
Le ombre internazionali: l’ipotesi del “Grande Vecchio”
L’ipotesi che dietro i “ragazzi del ’68” armati si muovessero fili ben più lunghi, tesi oltreoceano, non è mai tramontata. Molti misteri portano alla CIA e ai servizi segreti deviati. L’obiettivo? Impedire il “Compromesso Storico”, ovvero l’ingresso dei comunisti nell’area di governo, un incubo geopolitico per gli equilibri della Guerra Fredda.
I punti oscuri dell’inchiesta:
Il numero degli attentatori: Le indagini parlano di undici persone, ma perizie balistiche suggeriscono una perizia nel tiro non comune tra semplici militanti politici.
Il bar Olivetti: Il locale era chiuso per fallimento, ma si sospetta fosse un punto d’appoggio per agenti coperti.
Le confessioni contraddittorie: I racconti dei brigatisti divergono su dettagli tecnici cruciali, quasi a voler coprire la presenza di “professionisti” esterni.
L’Enigma delle Lettere: un codice mai decifrato
Durante i 55 giorni di prigionia, lo Stato scelse la linea della fermezza. Mentre le BR istituivano il “tribunale del popolo”, Moro scriveva lettere disperate. Ma c’è un dettaglio che per anni è passato inosservato: quei testi non erano solo sfoghi di un condannato.
Moro, grande appassionato di cruciverba e rompicapo, avrebbe inserito nelle sue missive dei codici nascosti. Analisi successive suggeriscono che l’Onorevole avesse indicato crittograficamente il luogo della sua prigionia.
Sarebbe bastato sottoporre quelle lettere all’Ufficio Cifra del Ministero della Marina, che dispone di specialisti di altissimo livello. Perché non fu fatto? È stato un tragico errore di sottovalutazione o una precisa volontà di non “leggere” tra le righe?
Il tragico epilogo in via Caetani
Il 9 maggio 1978, il corpo di Moro venne ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. La posizione non era casuale: via Caetani si trova a metà strada tra le sedi nazionali di DC e PCI. Un simbolo potente del fallimento di quel progetto politico che Moro aveva pagato con la vita.
Una verità ancora parziale
Ancora oggi, il caso Moro appare come un puzzle a cui mancano i pezzi fondamentali. Se le Brigate Rosse furono il braccio armato, la domanda su chi abbia fornito le informazioni e garantito le coperture resta aperta. Dietro la Fiat 130 crivellata di colpi, sembra esserci ancora l’ombra di un potere invisibile che non ha mai voluto che Aldo Moro varcasse la soglia del Parlamento quel mattino.


