Morto Bruno Contrada: Controverso numero tre dei Servizi Segreti Italiani

Bruno Contrada. Ex numero tre del SISDE

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L’ex super poliziotto è deceduto a 94 anni nella sua casa di Palermo. Dalle vette del potere investigativo al carcere, la sua vita è stata il simbolo dei misteri irrisolti della stagione delle stragi.

PALERMO – La notizia è arrivata nel cuore della notte: Bruno Contrada, l’uomo che per decenni ha incarnato il volto e i segreti dello Stato nella lotta alla mafia, è morto. Aveva 94 anni. Il decesso è avvenuto nella sua abitazione palermitana, dove era tornato da pochi giorni dopo un ricovero di tre settimane per una polmonite. Con lui scompare uno dei protagonisti più discussi, amati e odiati della storia repubblicana.

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Dalle vette del Viminale al buio della cella
La carriera di Contrada è stata una rapida ascesa nei vertici della sicurezza nazionale: capo della Squadra Mobile di Palermo, numero uno della Criminalpol in Sicilia e, infine, terzo uomo più importante del Sisde, il servizio segreto civile. Ma la sua parabola si interruppe bruscamente il 24 dicembre 1992, quando la DIA bussò alla sua porta.

“Io sono già morto dentro quella mattina, davanti a mia moglie e a mio figlio poliziotto,” diceva spesso negli ultimi anni. “Quel giorno non mi tolsero solo la libertà, si presero la mia dignità di funzionario che ha servito lealmente l’Italia.”

Quell’ombra lunga sul verbale di Borsellino
Il nome di Contrada è legato indissolubilmente a uno dei momenti più carichi di tensione della storia antimafia. È il luglio del 1992, pochi giorni prima della strage di via D’Amelio. Il boss pentito Gaspare Mutolo sta parlando con Paolo Borsellino. Si avvicina al magistrato e gli sussurra un nome all’orecchio: “Il dottore Contrada…”.

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Quel sussurro fu l’inizio di un terremoto. Mutolo accusava il dirigente di essere colluso, di aver giocato su due tavoli. Un’ombra che Borsellino non ebbe il tempo di indagare fino in fondo e che ha segnato il dibattito pubblico per oltre trent’anni.

La battaglia giudiziaria e il caso europeo
La vicenda giudiziaria di Contrada è stata un calvario durato un quarto di secolo:

2006: Condanna definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

2015: Svolta dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che condanna l’Italia per non aver concesso i domiciliari al funzionario malato e, soprattutto, stabilisce che Contrada non doveva essere condannato. Secondo Strasburgo, all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno non era “chiaro né prevedibile”.

2017: La Cassazione dichiara ineseguibile la sentenza.

Nonostante la revoca della condanna sul piano formale, l’opinione pubblica è rimasta spaccata tra chi lo considerava una vittima di un errore giudiziario e chi un pezzo infedele delle istituzioni.

Contrada se ne va portando con sé la sua verità, difesa con orgoglio fino all’ultimo respiro. Resta il ritratto di una Palermo sospesa tra il dovere e il sospetto, in un’epoca in cui il confine tra guardie e ladri sembrava, a volte, pericolosamente sottile.

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