Garlasco e i “Terrapiattisti della Criminologia”: Il Dubbio che la Cassazione ha voluto ignorare?

Alberto Stasi

Tempo di lettura 2 minuti

DI REDAZIONE – 24 MAGGIO 2024

Il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, resta una ferita aperta non solo nella cronaca nera, ma anche nel diritto italiano. Da un lato c’è la verità giudiziaria: Alberto Stasi è l’assassino, lo dice la Cassazione nel 2015. Dall’altro, c’è una schiera di “opinioniste in giallo”, criminologhe da salotto telegeniche e sempre pronte a pontificare, che sembrano ignorare un paradosso logico grande quanto una casa.

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Queste signore e signorine della TV, spesso seguite da sedicenti luminari, sembrano aver fatto della condanna di Stasi una ragione di vita, una crociata contro il “terrapiattismo” di chi ancora osa dubitare. Ma la domanda che andrebbe posta a queste “maestrine” del crimine è una sola: la condanna di Alberto Stasi è arrivata davvero oltre ogni ragionevole dubbio?

Due assoluzioni pesano come macigni:
Le opinioniste del piccolo schermo dimenticano spesso un particolare: Stasi è stato condannato solo dopo ben due sentenze di assoluzione (in primo e secondo grado). Se la giustizia ha faticato per anni, tra perizie contraddittorie e sentenze opposte, non è forse questo il segnale plastico che il “ragionevole dubbio” sulla sua innocenza fosse più che dimostrato dai fatti? Eppure, queste signore andrebbero rispedite sui banchi di scuola a studiare il diritto, prima di bollarle con una bocciatura senza appello.

La condanna a 16 anni non è arrivata grazie a una ‘pistola fumante’, ma attraverso alcuni di indizi che la Cassazione ha ritenuto ‘gravi, precisi e concordanti’. Vediamo quali sono.

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Se fosse vero, ma non lo è, che tre indizi fanno una prova, perché non quattro o cinque? La verità è che un indizio più un indizio, più un altro indizio ancora, non certificano nulla. Dimostrano solo l’esistenza di tre suggestioni che qualcuno, arbitrariamente, pensa di poter trasformare in una prova.

È il punto cardine. Stasi disse di aver camminato nella villetta per cercare Chiara. Ma la scena era intrisa di sangue secco e frammentato. Per i periti era impossibile non sporcarsi. Il fatto che le scarpe di Alberto e i tappetini dell’auto fossero candidi è stato letto dai giudici non come prova di estraneità, ma come prova che l’imputato avesse ripulito tutto dopo il delitto. Un paradosso: la pulizia che diventa colpa.

Il DNA sui pedali
Sui pedali della bicicletta di Alberto è stato trovato il DNA di Chiara. Sebbene i due fossero fidanzati, la posizione della traccia è stata interpretata come il trasferimento ematico dalle scarpe dell’assassino al mezzo usato per la fuga.

Resta l’amaro in bocca per un processo che ha visto ribaltamenti clamorosi. Mentre le criminologhe telegeniche celebrano la “tenuta logica” della sentenza, il sospetto che la giustizia abbia voluto chiudere il caso a tutti i costi, calpestando quel dubbio che dovrebbe essere il baluardo di ogni democrazia, rimane vivo. Forse, prima di pontificare, servirebbe un bagno di umiltà e un ritorno ai codici.

Davide Cannella

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