Privacy al discount: l’ombra delle agenzie infedeli dietro il dossieraggio dei VIP
NAPOLI – Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. E il vizio, in questo caso, ha il sapore amaro di un mercato nero della privacy che svende la vita dei cittadini – illustri e non – per pochi spiccioli. L’inchiesta della Procura di Napoli, che ha smantellato una rete di spionaggio industriale e privato legata alla società “Sole Investigazioni”, non è solo la cronaca di un arresto di massa: è il de profundis di un’occasione mancata, lunga vent’anni.
Vip nel mirino: un tariffario della vergogna
L’elenco dei nomi finiti nei report illegali sembra il parterre di un evento di gala: il cantante Alex Britti, l’attrice Lory Del Santo, lo stilista Alberto Del Biondi, fino agli ex portieri dell’Inter Júlio César e Alex Cordaz. Tutti “schedati” attraverso accessi abusivi alle banche dati di Stato.
Quello che disgusta è il cinismo dei prezzi. In un’economia del crimine grottescamente low-cost, bastavano 6 o 11 euro per violare i segreti dell’Inps. Con 25 euro, invece, si otteneva un accesso al sistema SDI delle forze di polizia. Un “copia e incolla” su un file Word, una ricarica su una carta prepagata, e la vita sensibile di una persona diventava merce di scambio per pratiche di separazione o compravendite.
Il sistema: agenti infedeli e agenzie “ombra”
L’inchiesta conta 85 indagati e 29 misure cautelari. Al centro del ciclone la “Sole Investigazioni” di San Giorgio a Cremano. Nonostante la liquidazione avviata dopo le prime perquisizioni, la rete continuava a operare grazie a una fitta trama di complicità: poliziotti, funzionari dell’Agenzia delle Entrate, dipendenti Inps e Poste.
In carcere sono finiti i soci della Sole, Mattia Galavotti e Giuseppe Picariello, insieme a Giuseppe Emendato (titolare della Futura) e al poliziotto in pensione Giovanni Maddaluno, indicato come uno dei “ponti” principali per violare i database della Questura.
L’editoriale: La legge che “non si doveva fare”
Mentre leggiamo di arresti e violazioni, non si può non tornare con la memoria a vent’anni fa. Era la XIV Legislatura quando un gruppo di visionari, insieme a generali e colonnelli dell’Arma dei Carabinieri, presentò il Disegno di Legge S.490, noto come “Legge Bettamio”.
L’obiettivo era chiaro: istituire un Albo Professionale degli Investigatori Privati, trasformando quella che è percepita come un’attività “commerciale” in una vera e propria professione regolamentata, organica e controllata.
Chi ha ucciso quella legge?
Paradossalmente, i peggiori nemici del cambiamento sono stati gli investigatori stessi. Come i “Bravi” di manzoniana memoria, una blasonata associazione di categoria si mise di traverso. Il risultato? Oggi gli investigatori privati di questa associazione non alzarono un dito e preferirono restare annoverati tra i commercianti anziché tra i professionisti.
“Preferiscono l’oscurità della zona grigia alla luce della deontologia professionale.”
Il risultato di questo ostruzionismo è sotto gli occhi di tutti. Se l’investigatore fosse un professionista iscritto a un ordine, con sanzioni severe e una vigilanza costante, il “tariffario” da 25 euro per un accesso illegale sarebbe forse solo un brutto ricordo. Invece, finché la categoria sceglierà di non avere una casa comune regolamentata, continueremo a leggere di “agenti infedeli” e dossieraggi da discount.
Il vizio, purtroppo, è rimasto. E a pagarlo siamo tutti noi.


