Caso Garlasco: la pista Sempio rischia il vicolo cieco. Perché la revisione per Stasi resta un miraggio

Chiara Poggi e il luogo del delitto

Tempo di lettura 2 minuti

Di Davide Cannella

PAVIA – «Non scommetterei una lira sulla condanna di Andrea Sempio». La frase, che rimbalza tra gli ambienti vicini al faldone d’indagine sul delitto di Chiara Poggi, fotografa alla perfezione l’attuale stallo procedurale. Intendiamoci: questo non significa affatto che Andrea Sempio sia innocente, ma non si può nemmeno decretarne la colpevolezza. La realtà giudiziaria è cinica, e a meno di clamorosi e imprevedibili colpi di scena, le prove fin qui raccolte non saranno sufficienti a reggere il peso di una condanna in un’aula di tribunale. Il muro degli indizi sulla carta, l’impianto accusatorio sembra solido dal punto di vista logico. Tutto, nell’opinione pubblica e nelle ricostruzioni della difesa di Alberto Stasi, fa pensare a una piena responsabilità di Sempio nel delitto di Garlasco. Tuttavia, la Procura di Pavia – a cui va riconosciuto il grande coraggio di aver riaperto la caccia agli indizi contro il giovane – si è scontrata con il limite più grande del diritto penale: la differenza tra un sospetto e una prova regina. I magistrati pavesi hanno accumulato una serie di elementi che, seppur considerati “gravi, precisi e concordanti”, rischiano di sciogliersi come neve al sole. La difesa di Sempio avrà gioco facile nel metterli in dubbio uno a uno, smontando la tesi accusatoria davanti a un giudice.

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Il paradosso giudiziario: In un processo penale non basta “pensare” che qualcuno sia colpevole; serve la certezza matematica, oltre ogni irragionevole dubbio. Certezza che, al momento, manca. Per Stasi una condanna «ad divinis»Il riflesso di questo scenario sul destino di Alberto Stasi è immediato e penalizzante. Se la pista Sempio sfuma, Stasi resterà condannato ad divinis (ovvero in modo definitivo e perpetuo), e la tanto invocata revisione del processo non si farà.

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Certo, la speranza è sempre l’ultima a morire e l’auspicio è quello di sbagliarsi. Ma anche se, per assurdo, si riuscisse a superare il primo scoglio burocratico, la strada resterebbe sbarrata.

L’ostacolo dei due tempi: tra fase rescindente e rescissoria. Tecnicamente, il meccanismo della revisione è un percorso a ostacoli diviso in due momenti ben distinti: Fase Obiettivo Scenario attuale Fase Rescindente Valutare l’ammissibilità dell’istanza e annullare la vecchia sentenza. Altamente improbabile per mancanza di prove “nuove e dirompenti”.

Fase Rescisoria Il nuovo giudizio vero e proprio che decide sul merito. Un miraggio quasi irraggiungibile. Anche se si arrivasse alla fase rescissoria, non è affatto detto che si giunga a una pronuncia favorevole a Stasi. Detto in parole povere: se anche la magistratura ammettesse la revisione processuale, l’impressione è che il sistema giudiziario tenderebbe a “chiudersi a riccio”. Ammettere un errore di tale portata significherebbe esporsi a una catena di brutte figure istituzionali: Ammettere un errore di tale portata significherebbe esporsi a una catena di brutte figure istituzionali: presenti, passate e future.

Detto questo, anche una nota “signora, costantemente in televisione a commentare il caso” canterebbe vittoria esclamando: «Io l’ho sempre detto che Stasi era l’unico colpevole». Si profilerebbe così uno psicodramma nel dramma; una verità giuridica che però rischia di lasciare tutti scontenti. Soprattutto l’unica, vera vittima di questa storia: Chiara Poggi.

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