La Legge è uguale per tutti: il caso Rogoredo e il peso del “fango sulla divisa”

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MILANO – “La legge è uguale per tutti”. Un monito che campeggia in ogni aula di tribunale e che oggi risuona con forza brutale dopo i recenti sviluppi sull’omicidio del boschetto di Rogoredo. La Polizia di Stato ha eseguito il fermo di un proprio uomo, l’assistente capo Carmelo Cinturrino, con l’accusa più grave: omicidio volontario.

I fatti risalgono allo scorso 26 gennaio, durante un controllo antispaccio in quello che è tristemente noto come il “boschetto della droga”. A perdere la vita è stato Abderrahim Mansouri, un giovane marocchino di 28 anni.

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Inizialmente, la narrazione sembrava ricalcare quella di un drammatico conflitto a fuoco o di una legittima difesa. Tuttavia, le indagini della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica, coordinate dalla Procura, hanno scoperchiato una realtà differente e inquietante:

L’arma “fantasma”: La vittima, al momento dello sparo, non impugnava alcuna pistola.

Secondo l’accusa, l’arma è stata portata sul posto e adagiata accanto al corpo in un secondo momento per simulare una minaccia.

La prova del DNA: Gli esami scientifici non hanno lasciato spazio a dubbi. Sulla riproduzione della pistola non vi è traccia del DNA di Mansouri, ma sono presenti esclusivamente i profili genetici dell’assistente capo Cinturrino.

Il danno collaterale: la politica e il fango sulla divisa
Questa vicenda non è solo un caso di cronaca nera, ma apre una ferita profonda nel rapporto tra istituzioni, politica e cittadini.

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Troppo spesso assistiamo a una politica che usa le forze dell’ordine come scudo elettorale, schierandosi “a prescindere” ancora prima che le indagini facciano il loro corso. Difendere l’indifendibile prima del tempo non è un atto di vicinanza alle divise, ma una grande ingiustizia.

Quando la politica strumentalizza i disagi e le difficoltà di chi lavora in strada, finisce per fare un danno enorme a migliaia di uomini e donne che ogni giorno rischiano la vita per uno stipendio spesso inadeguato. Chi si approfitta della divisa per compiere “affari loschi” o atti criminali non sporca solo le proprie mani, ma rischia di infangare l’onore di un’intera categoria di servitori dello Stato che operano con onestà e sacrificio.

Garantire che un poliziotto risponda delle proprie azioni non significa essere “contro” la Polizia. Al contrario, significa proteggere l’integrità dell’istituzione. La magistratura è chiamata ora a fare chiarezza definitiva, ma il segnale arrivato dal fermo è chiaro: non esistono zone franche, né boschetti dove la legge smette di esistere.

Le forze dell’ordine sono fatte di persone che rischiano la vita giorno e notte; permettere che pochi individui ne macchino la reputazione è il vero tradimento verso chi indossa quella divisa con dignità.

La politica dovrebbe imparare a rispettare i tempi per le doverose indagini prima di lanciarsi in proclami a scopi elettorali.

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