Il “Metodo Erba” e la memoria corta: quando il pregiudizio batte la realtà

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MILANO – Passano gli anni, cambiano i contesti – oggi si parla spesso delle criticità di Rogoredo – ma certi meccanismi sembrano duri a morire. Esiste un vizio di forma nel dibattito pubblico italiano che, ciclicamente, riemerge con la stessa violenza del passato: la tendenza a emettere sentenze definitive prima ancora che i fatti vengano accertati.

Il fantasma di Azouz Marzouk

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Per capire il presente, occorre fare un passo indietro a uno dei momenti più bui della cronaca nera e giudiziaria italiana. Ricordate cosa dissero una certa parte politica e i giornalisti a essa collegati non appena si diffuse la notizia della strage di Erba?

Il bersaglio fu immediato e univoco: Azouz Marzouk. Il copione era già scritto: “Il tunisino stermina la propria famiglia e scappa”. Un titolo perfetto per alimentare la pancia del paese, peccato che fosse falso. In quei momenti concitati, molti commentatori preferirono ignorare un dettaglio fondamentale: Azouz si trovava in Tunisia già da molto prima della strage. Il colpevole “ideale” era stato servito al pubblico, ignorando la realtà dei fatti in favore del pregiudizio etnico.

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La responsabilità di informare

Oggi, davanti a nuove sfide di sicurezza e integrazione, il rischio è di cadere nello stesso errore. La politica e il giornalismo hanno un compito delicatissimo: analizzare la realtà, non inventarla per assecondare una narrazione preconcetta.

Quando la cronaca viene piegata all’ideologia, il risultato è un danno incalcolabile alla verità e alla vita delle persone coinvolte. Se un giornalista o un politico preferisce la propaganda alla verifica dei fatti, sorge spontanea una riflessione: forse dovrebbero cambiare mestiere, per il bene di tutti.

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