Il Processo del Secolo a Lucca: la Banda dei Malfattori o dei Sette Ladroni

Tempo di lettura 4 minuti

Cap. 2 – La Banda dei Malfattori: l’inizio delle azioni criminose!

Le voci che si rincorrevano erano le più disparate, ma tutte allarmanti. Si diceva che gli autori degli efferati furti, che ormai si susseguivano da mesi, fossero membri di bande “piovute giù” dagli Appennini. Altri, sempre nella speranza che il male venisse da fuori, puntavano il dito su Livorno, porto franco e quindi aperto a ogni genere di influsso.

Altri ancora, più informati sui fatti italiani, richiamavano alla mente i briganti maremmani e la “tassa sul brigantaggio”, per la quale i grandi proprietari terrieri pagavano i malviventi in cambio di protezione, garantendo loro sostegno economico e connivenza. Tuttavia, in lucchesia il fenomeno sarebbe esploso solo più tardi; non si capiva come i briganti allora esistenti (meno famosi dei loro successori) potessero essersi spostati a Nord, né per quale motivo.

Pubblicità

Ancor più lontane apparivano le cronache dello Stato Pontificio, legate a figure come “Barbone” (al secolo Stefano Annibale), alla “Macchia della Faiola” e al territorio vicino al Maschio di Lariano, tristemente noti come “nidi dei briganti” e luoghi di agguati a carrozze e pellegrini lungo le principali vie di comunicazione.

Erano però fenomeni considerati tipici del Meridione, se si escludono i briganti romagnoli attivi già da tre secoli, come la banda del Duca Piccolomini che, al soldo dei Medici, minacciò la vicina montagna pistoiese su cui Lucca aveva grandi mire. Ma anche in quel caso si trattava di territori del Papa, considerati dunque parte di quel “Sud” di un’Italia che la Chiesa cattolica aveva sempre impedito di nascere. E che neppure oggi esiste.

Lucca, dal canto suo, si era sempre considerata un’isola a sé stante: non solo rispetto alla Toscana, ma con la velleità di assomigliare — per la compostezza e la sobrietà derivanti dall’impronta romana e longobarda — più al Nord Italia.

Quando però questi episodi criminali, dapprima sporadici nell’anno di grazia 1837, si fecero più frequenti; quando dai mesi si passò agli anni, le voci si moltiplicarono come il frinire delle cicale all’approssimarsi del solleone. L’allarme divenne continuo, esagitando gli animi per ben cinque anni. Fino a tutto il 1842, nei crocicchi e nei mercati non si proferiva parola d’altro!

Nelle campagne sorsero dicerie e leggende che, raccontate la sera davanti al fuoco, alimentavano paure ataviche. Ormai i bambini, se vedevano lungo un viottolo dei gusci di noce lasciati dai ghiri, pensavano subito che lì, nella notte, si fosse riunita una conventicola di malfattori. Si parlava — e se ne parla ancora oggi — di refurtiva, veri e propri tesori in oro e argento, sotterrati o nascosti in grotte e mai più ritrovati.

In città si preferiva buttare la questione in politica. C’era chi non trovava di meglio che scagliarsi contro il Governo e contro la famiglia regnante, i Borbone, che sentiva come estranea ai lucchesi. Chi, invece, innalzava il vessillo della laicità sostenendo che la Lucca felix non fosse affatto immune dalla criminalità; anzi, che il malaffare fosse qui ben più radicato che nel vicino Granducato, dove da tempo lo spauracchio del patibolo era scomparso con molta più pietà rispetto alla Lucca “bacchettona e pretesca”.

Altri, non meno esterofili ma neppure “beghini” o nostalgici della vecchia Repubblica, affermavano senza mezzi termini che questa porzione d’Italia era tuttora feconda di delitti e procedeva a rilento sulla strada del progresso, spesso ostacolato da un atavico conservatorismo lucchese.

Altri ancora, ignari di essere antesignani della sociologia (scienza che sarebbe nata di lì a poco), dicevano che a Lucca il crimine aveva due antiche alleate: la fame e l’ignoranza. Per i più informati, la causa risiedeva nella mancanza di istruzione delle classi infime, nonostante benefattori come il professor Luigi Pacini avessero aperto meritevoli asili infantili per le famiglie meno abbienti.

C’era poi chi si spingeva oltre: poiché le rapine colpivano spesso parroci o beni ecclesiastici, vi leggeva chiari connotati insurrezionali. Certo, Lucca era aliena dai moti del ’21 e del ’31, ma il germe rivoluzionario ormai diffuso non permetteva di dichiarare il Ducato immune per sempre.

Comunque, si parlava ormai apertamente di una vera “Banda di Malfattori”. Era facile pensare alla Maremma o all’Agro Romano, terre di briganti, o agli stati borbonici del Sud. In fondo Lucca, al di là delle distinzioni tra i rami di Spagna e Parma, non era forse sotto la stessa dinastia?

La parola “Banda” deve essere pesata con attenzione giuridica. Secondo l’art. 265 del Codice dei Delitti e delle Pene di Francia, allora in vigore nel Ducato di Lucca, farne parte poteva condurre direttamente al capestro.

Tuttavia, poiché il grande delinquente spesso se ne frega dei codici considerandosi “al di là” del bene e del male, questi criminali lucchesi agivano quasi esclusivamente di notte (al contrario delle banche che, avendo solo orari mattinieri, sono le preferite dagli impiegati fragili).

  • Nella notte gelida e nevosa tra il 4 e il 5 febbraio 1838, colpirono ai Bagni di Lucca, ai danni della famiglia di Costante e Chiara Citti.
  • All’alba del 2 settembre, alla Pieve di Monti di Villa, fu devastata la casa dei coniugi Annunziata e Giovacchino Ricci.
  • Tra il 2 e il 3 novembre, il buio facilitò un furto qualificato ai danni dei Barsotti a Marlia.
  • Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre 1839, i colpi furono due: prima a Tereglio (Valle del Serchio) e poi, in tarda nottata, fu depredata la chiesa di Capannori. Quest’ultimo fatto, inaudito, scosse la profonda religiosità locale; si temette persino per il tesoro del Volto Santo.
  • Il 21 dicembre, a ridosso del Natale, fu svaligiata l’abitazione dei Piccinini a S. Pietro a Vico.

L’allarme più grande correva però nei corridoi del Palazzo, dove era costretto a vivere il Duca Carlo Lodovico. Uomo dalla vita sfarzosa, ma non imputabile di cattiva gestione come certa storiografia ha voluto far credere, egli si sentiva il primo dei rapinati.

Gravato dai debiti e amante dei viaggi a Vienna, Dresda e Berlino, stava già trattando diplomaticamente per alienare il piccolo Ducato ai Fiorentini. Ma ora, in quelle stanze pariginizzate da Elisa Baciocchi e restaurate dal Nottolini, il Duca era in ansia. Guardava dalla finestra la grande piazza e pensava a quanto i Fiorentini avrebbero abbassato il prezzo d’acquisto. Come vendere, ora, uno Stato considerato fino ad allora il più tranquillo d’Italia, se improvvisamente si trasformava in una terra di briganti e assassini?

Di Daniele Vanni

CONDIVIDI
  • https://securestreams3.autopo.st:1369/stream
  • Radio Caffè Criminale ON AIR
  • on air