Il Processo del Secolo a Lucca: la Banda dei Sette Ladroni
Briganti
L’inizio dell’ombra: quando il crimine scosse il Ducato
Le voci che si rincorrevano per le vie di Lucca erano disparate e tutte allarmanti. Si diceva che gli autori degli efferati furti che da mesi tormentavano lo Stato fossero bande “piovute” dagli Appennini. Altri, sperando che il male venisse da fuori, puntavano il dito su Livorno, porto franco aperto a ogni influenza. I più informati evocavano i briganti maremmani e la loro “tassa sulla protezione”, o le cronache dello Stato Pontificio legate al temibile “Barbone” e ai nidi di banditi del Maschio di Lariano.
Eppure, il brigantaggio era allora considerato un male tipico del Meridione o, al massimo, delle montagne pistoiesi. Lucca, dal canto suo, si era sempre sentita un’isola a sé stante: una città che alla passionalità toscana preferiva la sobrietà e la compostezza delle sue radici romane e longobarde. Un’isola di ordine che, improvvisamente, scopriva di essere vulnerabile.
Dalle dicerie al terrore
Nel 1837 gli episodi erano sporadici, ma con il passare dei mesi si fecero fitti come il frinire delle cicale sotto il solleone. L’allarme divenne un’ossessione collettiva che per cinque anni, fino al 1842, dominò le conversazioni nei mercati e nei crocicchi.
Nelle campagne fiorirono leggende che alimentavano paure ataviche: i bambini, scorgendo gusci di noce lasciati dai ghiri, vi leggevano i segni del passaggio di una “conventicola di malfattori”. Si iniziò a sussurrare di tesori in oro e argento nascosti in grotte dimenticate, segreti che ancora oggi alimentano il folklore locale.
Una città divisa: tra politica e miseria
In città, la questione divenne subito politica. C’era chi accusava il governo dei Borbone, visti come estranei al tessuto lucchese, e chi, in nome della laicità, sosteneva che la Lucca felix non fosse affatto immune dal crimine. Anzi, si mormorava con una punta di veleno che il malaffare fosse più radicato qui che nel vicino Granducato di Toscana, dove la pena di morte era stata abolita con una pietà sconosciuta alla Lucca “bacchettona e pretesca”.
I più analitici — involontari precursori della sociologia — individuavano le radici del male nella fame e nell’ignoranza delle classi infime. Altri ancora vedevano nei furti ai danni di parroci e chiese un pericoloso germe insurrezionale: Lucca era rimasta quieta durante i moti del ’21 e del ’31, ma per quanto ancora sarebbe rimasta immune?
L’escalation: il calendario della paura
Mentre i giuristi dibattevano se applicare l’articolo 265 del Codice francese, che per il reato di “Banda” prevedeva il patibolo, i criminali continuavano a colpire nel cuore della notte:
Febbraio 1838: Assalto alla famiglia Citti ai Bagni di Lucca sotto una coltre di neve.
Settembre 1838: Devastazione della casa dei coniugi Ricci alla Pieve di Monti di Villa.
Novembre 1838: Furto qualificato ai danni dei Barsotti a Marlia.
Dicembre 1839: La notte più buia. Dopo un colpo a Tereglio, viene depredata la Chiesa di Capannori. Un atto inaudito che scuote la cristianità lucchese: il popolo teme ormai per il tesoro del Volto Santo.
Dicembre 1839: Pochi giorni dopo, viene svaligiata l’abitazione dei Piccinini a S. Pietro a Vico.
L’ansia del Duca
L’allarme arrivò infine nelle stanze del Palazzo, dove il Duca Carlo Lodovico viveva una crisi profonda. Spesso descritto dalla storiografia come un sovrano distratto e sfarzoso, il Duca si sentiva in realtà il primo dei derubati. Tormentato dai debiti di gioco e già in trattativa segreta per vendere il Ducato ai Fiorentini, Carlo Lodovico osservava Piazza Grande con angoscia.
Come poteva sperare di ottenere un buon prezzo dai toscani se il suo Stato, fino ad allora modello di ordine e tranquillità, si stava trasformando in una terra di briganti e assassini? Tra i corridoi restaurati dal Nottolini e le velleità parigine lasciate da Elisa Baciocchi, l’ombra della Banda dei Malfattori rischiava di mandare in fumo il suo ultimo, grande affare diplomatico.
Daniele Vanni


