Hormuz sotto attacco: il caro greggio mette sotto scacco l’economia europea
ROMA – Non è più un’oscillazione, è una fiammata che rischia di incenerire la ripresa. Il mercato petrolifero si è trasformato in un’altalena impazzita che toglie il fiato agli investitori e svuota, con precisione chirurgica, le tasche dei cittadini. Solo ventiquattro ore fa, il greggio sembrava aver concesso una fragile tregua, scendendo a 96,37 dollari al barile. Un’illusione durata lo spazio di una notte: stamattina la quotazione ha sfondato il muro psicologico dei 100,30 dollari, con una curva che punta dritta verso l’alto. È il segnale inequivocabile di una crisi che ha smesso di essere ciclica per farsi strutturale.
Hormuz sotto attacco: il caro greggio mette sotto scacco l’economia europea
Il cuore del caos non batte nelle borse, ma nelle acque torbide dello Stretto di Hormuz. Quello che era uno scontro diplomatico tra Stati Uniti (con il supporto di Israele) e Iran è degenerato in un vero e proprio assedio energetico.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha rivendicato un attacco massiccio contro cacciatorpediniere americani. Secondo l’agenzia di stato YjcNewsChannel, l’operazione è stata “massiccia e altamente precisa”, un mix letale di missili balistici, missili da crociera anti-nave e droni “suicidi” dotati di testate ad alto potenziale.
Sebbene il Pentagono e il presidente Donald Trump abbiano rassicurato il mondo sul respingimento dell’offensiva da parte di tre cacciatorpediniere della Marina USA, la tensione resta ai livelli di guardia. Trump ha risposto con la consueta durezza: “Li metteremo fuori gioco molto più duramente se non firmeranno l’accordo”. Di contro, Teheran denuncia raid contro i civili e alza il muro contro ogni proposta di pace targata Washington.
L’Europa sotto scacco: l’Italia è l’anello debole
Mentre le superpotenze giocano la loro “guerra dei nervi” sullo scacchiere mediorientale, le conseguenze dirette ricadono sul Vecchio Continente. L’economia europea non possiede gli strumenti strutturali per reggere costi energetici così elevati per un periodo che gli analisti definiscono ormai “geologico”.
In questo scenario, l’Italia appare come l’anello più fragile della catena. Il nostro Paese, storicamente dipendente dalle importazioni di idrocarburi, cammina su un filo sottilissimo. Le attuali stime di crescita del PIL – collocate tra lo 0,5% e lo 0,8% – appaiono oggi come fragili castelli di carta pronti a essere spazzati via dal vento della crisi.
Gli esperti avvertono: senza un intervento immediato del Governo per calmierare i prezzi alla pompa e alle utenze, e senza una strategia rapida di diversificazione delle rotte energetiche, l’autunno non porterà solo freddo, ma una caduta verticale del PIL senza precedenti. Il rischio non è più solo l’inflazione, ma un vero e proprio blackout economico che potrebbe paralizzare l’industria e il consumo delle famiglie italiane.
W.R.
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