Mostro di Firenze, parla il Dr. Cannella: «Quarant’anni di folie e “professori” da bocciare. La pista sarda è l’unica via maestra»
Pietro Pacciani e Davide Cannella
L’INCHIESTA DI CAMPO
Dossier Esclusivo • Criminologia Investigativa Realistica • Focus Grandi Misteri
INCHIESTA ESCLUSIVA: IL CASO CHE SPACCA LA CRIMINOLOGIA (PRIMA PUNTATA)
Mostro di Firenze: Quarant’anni di indagini contro la fiera dei sedicenti professori
Dagli abbagli della Procura fiorentina alle clamorose rivelazioni inedite di Pietro Pacciani: così la “prova regina” della cartuccia serie H fu fabbricata da un misterioso personaggio denominato “Baffetto d’Acciuga”.
di Dr. Davide Cannella
Quella del Mostro di Firenze non è soltanto una sequenza impressionante di duplici omicidi che hanno insanguinato le colline toscane; è, senza ombra di smentita, la storia più intricata e complessa dell’intero panorama criminologico internazionale. Una vicenda dolorosa che, purtroppo, è divenuta nel tempo terreno di conquista per una miriade di sedicenti esperti, professionisti dell’ultima ora e opinionisti improvvisati. Soggetti che hanno espresso sentenze e teorie sul caso senza possedere nemmeno le nozioni basilari del mestiere.
Assistiamo oggi a un teatrino sconfortante, dove persino accademici e sedicenti professori si dicono convinti di aver compreso ogni segreto dell’enigma. Davanti a tanta presunzione, chi scrive non può che proporre una sonora bocciatura, un ideale rinvio a settembre per costringerli a ripetere i fondamenti della criminologia e dell’investigazione. Chi ha vissuto sulla propria pelle la tragedia del Mostro per oltre quarant’anni, consumando le suole delle scarpe su piste reali per acciuffare i veri farabutti dietro questi orrori (anzi, quei due farabutti), non può che leggere con profondo disappunto certe interviste online. Dichiarazioni superficiali secondo cui «i sardi in questa storia non c’entrano nulla» fanno nascere il legittimo desiderio di rispedire questi dotti sui banchi di una scuola elementare, scritta rigorosamente con la “Q”, per raddrizzare la loro presunzione. Invitati ripetutamente a un confronto directo e scientifico sul tema, questi personaggi svicolano, fuggono con la coda tra le gambe, incapaci di fornire spiegazioni razionali e svelando la natura del loro sapere: un mero “sentito dire”, arricchito da elocubrazioni degne della Sibilla Cumana o di una sfera di cristallo.
In un oceano di speculazioni, separare la farina dalla crusca è diventato un compito titanico. Eppure, l’onestà intellettuale e il rigore professionale impongono di ristabilire i fatti storici e giudiziari al di là di ogni sterile retorica. Il culmine di questo distorto disordine investigativo si toccò quando la Procura di Firenze ritenne di aver individuato l’identità del Mostro nel volto di Pietro Pacciani. Ma “individuato” è un termine generoso: la verità è che l’intero castello accusatorio nacque da una lettera anonima, spedita da un vicino di casa del “povero Pietrone nazionale”. Da quel momento, gli inquirenti collezionarono una serie impressionante di sviste e di errori investigativi terrificanti, trascinando Pacciani sul banco degli imputati. L’elenco delle incongruenze sarebbe lunghissimo, ma ciò che preme evidenziare è il crollo della cosiddetta “prova regina”: il proiettile calibro 22 serie “H”, rinvenuto nell’orto dell’imputato a Mercatale e spacciato per l’elemento definitivo di colpevolezza, si è rivelato una prova totalmente farlocca.
Un proiettile artatamente piazzato per incastrare il contadino. Fu lo stesso Pacciani, nel corso di una drammatica e approfondita riflessione con il sottoscritto, a focalizzare i propri ricordi e a fare il nome di chi aveva compiuto quel subdolo gesto nel suo giardino. Balzando in piedi dalla sedia sgangherata della sua cucina, con gli occhi colmi di rabbia e frustrazione, Pacciani ruppe il silenzio puntando il dito contro un insospettabile frequentatore della sua proprietà:
IL VERBALE DEL COLLOQUIO – LE PAROLE DI PIETRO PACCIANI (tratto dal mio libro)
«Brutto sudicio maledetto!», esclamò alzandosi in piedi dalla sua sgangherata sedia che aveva in cucina. «Dr. Cannella, a mettere quella cartuccia nel mio orto è stato quel farabutto di Baffetto d’Acciuga. Lui mi guardò e, senza battere ciglio, mi disse: “Maledetto lui! Maledettissimo lui e che il Diavolo se lo porti!”»
Io gli chiesi chi è che deve portarsi via il diavolo? Lui disse proprio così: «Baffetto d’acciuga!»
«Quel diavolo che mi ha messo il gingillino nell’orto! La famosa cartuccia serie “H”! Ci ho pensato e ripensato mille volte a quel palo della vigna dove hanno trovato quella maledetta cartuccia. Poi ho fatto mente locale, e ho capito tutto. Ho capito chi mi ha incastrato. Baffetto d’acciuga appunto. Lui, in persona!»
E non mi dava neppure il tempo dell’immaginazione, perché chiariva subito:
«Era venuto a casa mia con la scusa che doveva scrivere un libro sulla mia vita. Poi diceva: “Vado a pisciare fuori nell’orto!” Io gli dicevo di andare in bagno e lui invece insisteva, dicendo che preferiva farla fuori perché gli piaceva di più stare all’aria aperta. Quel farabutto andava sempre a pisciare dove c’era quel famoso paletto da vigna.»
«Ricordo che un giorno, prima che scoppiasse tutta quella babilonia della maxi perquisizione, a Baffetto d’acciuga gli scappò detto: “Sai, Pietro, io sono esperto in tante cose, specialmente nell’invecchiamento dei metalli.” Brutto schifoso! Animale maledetto! Invecchiamento dei metalli diceva, invecchiamento dei metalli… E me lo dici pure?»
Senza scomodare Alessandro Manzoni alle prese con l’identità di Carneade – citato, a parere di chi scrive, più per sfoggio accademico che per reale aderenza alla storia del Seicento lombardo – la mente torna prepotentemente a quel quesito: chi era, in realtà, questo “Baffetto d’Acciuga”? Pacciani non era certamente un “agnellino”, come amava definirsi davanti alla Corte, ma non era nemmeno il Belzebù dipinto a tinte fosche dal Pubblico Ministero Paolo Canessa. Di demoni e di dinamiche carcerarie, Pacciani se ne intendeva eccome, avendo trascorso vent’anni dietro le sbarre, e la sua ricostruzione getta una luce sinistra e vivida su come foi manipolata l’indagine principale del dopoguerra italiano.
Le parole del contadino di Mercatale aprono scenari inquietanti: un uomo esperto nell’«invecchiamento dei metalli» che si introduceva nella sua proprietà col pretesto di carpirne le memorie per un libro, muovendosi liberamente attorno al paletto della vigna prima delle perquisizioni ufficiali. Questo frammento di verità, rimasto a lungo confinato nei resoconti diretti di chi ha vissuto l’indagine sul campo, dimostra come la fretta mediatica e giudiziaria abbia rischiato di seppellire per sempre la reale trama criminale del Mostro, lasciando il campo libero a esperti da salotto e a colossali abbagli storici.
Il grande inganno penale e il ritorno alla via maestra
Naturalmente fu chi vi scrive che ha letteralmente sbugiardato con prove incontrovertibili lo stesso Giancarlo Lotti, l’accusatore dei “compagni di merende” che si andarono a sommare al Pacciani, nel tentativo di fare entrare l’asino nella stalla tirandolo per la coda. Un impianto accusatorio fragile, privo di riscontri oggettivi e demolito sul piano della logica investigativa di campo.
Dietro questo articolo e in virtù delle prossime tappe di questa inchiesta, sarò “costretto” a fare capire chiaramente ai soloni del giornalismo e della pseudo-criminologia quanto sia deleterio snobbare senza costrutto la pista sarda. Quella è la pista da dove tutto è partito, la genesi autentica dei fatti; ed è proprio da lì che qualcuno, abbandonando deliberatamente la via maestra dell’evidenza investigativa, ha voluto imbarcarsi in strampalate e grottesche teorie complottistiche: prima quella dei compagni di merenda, poi quella dei massoni, del medico perugino e, infine, quella delle sette segrete. Storie assolutamente risibili che, se non fosse per la drammaticità profonda di tutta questa tragica vicenda e per il rispetto dovuto alle vittime, giuro mi avrebbero spinto a buttarmi a terra nello scompisciarmi dalle risate.
Dr. Davide Cannella FINE PRIMA PUNTATA
- Contributo editoriale basato sulle testimonianze dirette e sui diari investigativi di quarant’anni di ricerche sulle tracce dei delitti del Mostro di Firenze.


