IL MOSTRO DI FIRENZE: ORA PARLA CANNELLA

Cannella e Pacciani a Radda In chianti

Tempo di lettura 5 minuti

SECONDA PUNTATA | «Quarant’anni di follie e “professori” da bocciare. La pista sarda è l’unica via maestra»
FIRENZE – La storia giudiziaria del Mostro di Firenze è un labirinto di suggestioni, ma per il Dr. Cannella la bussola non è mai cambiata: «La pista sarda è l’unica via maestra». Tutto il resto, a partire dalle tesi che hanno portato alla sbarra Pietro Pacciani e i “compagni di merende”, viene liquidato come un castello di carte fragile, segnato da «quarant’anni di follie e “professori” da bocciare».

Nella prima puntata di questa inchiesta abbiamo analizzato la cartuccia calibro 22, trovata in modo “rocambolesco” dentro un paletto da vigna nell’orto di Pacciani. Ma se quel proiettile rappresenta l’architrave dell’accusa, esiste un secondo elemento che la sentenza di primo grado considerò una prova schiacciante: il blocco da disegno “Skizzen Brunnen”. Un blocco che, secondo gli inquirenti dell’epoca, Pacciani avrebbe sottratto dal furgone Volkswagen di Wilhelm Friedrich Horst e Uwe Jens Rusch, i due ragazzi tedeschi assassinati a Giogoli nel 1983.

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Ma è davvero andata così? Il Dr. Cannella riavvolge il nastro di un giallo nel giallo, portando alla luce le troppe contraddizioni di quel feticcio cartaceo.

Il “testacoda” dei testimoni in Germania
Gli elementi che convinsero la Corte d’Assise si fondavano inizialmente su due pilastri testimoniali:

La testimonianza di Heidemarie Meyer, sorella di una delle vittime, la quale dichiarò che il fratello usava un tipo di blocco notes simile a quello trovato in bella vista nella cucina di Pacciani.

Le misteriose sigle vergate sulla quarta di copertina, che spinsero gli inquirenti a volare in Germania, nel negozio dove i due giovani tedeschi, amanti dell’arte e del disegno, erano soliti acquistare il materiale.

Le commesse tedesche guardarono a lungo quel blocco notes. Inizialmente furono categoriche: quelle sigle non erano state scritte da nessuna di loro. Poi, dopo essere state “invitate ripetutamente a guardare meglio”, operarono un repentino testacoda diplomatico, rifugiandosi in una serie di «forse, mi sembra, può darsi». Persino un familiare delle vittime, sentendone la consistenza, si limitò a un vago: «Tenendo tra le mani questo quaderno, sento come se fosse qualche cosa di familiare».

Indizi sfumati, suggestioni emotive passate per prove granitiche.

La difesa di Pacciani: «Lo avevo dal 1982, c’era la mia spesa»
Anni dopo, fu lo stesso Pietro Pacciani a ripercorrere con il Dr. Cannella i passaggi che lo portarono in possesso di quel blocco, fornendo una versione radicalmente diversa e supportata da dettagli cronologici precisi.

«Possedevo quel blocco notes dal 1982», raccontò il contadino di Mercatale al Dr. Cannella, «circa un anno prima che i ragazzi tedeschi venissero assassinati. Lo avevo trovato in una discarica; c’era ancora qualche pagina e io l’ho usato per annotare la spesa che facevo tutti i giorni, indicando persino la data e il dettaglio dei miei acquisti».

Un dettaglio, quest’ultimo, non da poco. Se il blocco fosse stato quello delle vittime, Pacciani avrebbe dovuto compilare quelle pagine dopo il settembre 1983. Ma c’è di più: la casa del contadino subì diverse perquisizioni prima del sequestro definitivo.

«Il blocco notes è sempre stato lì dove lo hanno sequestrato. Era in bella vista durante tutte le perquisizioni», protestava Pacciani. «Se fosse stato sottratto dal camper dei tedeschi, dopo la prima perquisizione, pur di non farglielo trovare me lo sarei mangiato o lo avrei buttato nella stufa! Poi ci sono le date della spesa che via via andavo annotando, e sono tutte precedenti al delitto di Giogoli».

La tesi del PM: il “demonio” che retrodata la spesa
Al processo questa circostanza emerse con forza, ma venne letteralmente ignorata o, peggio, ribaltata contro l’imputato. La ricostruzione della Procura assunse contorni quasi esoterici. Il Pubblico Ministero dipinse Pacciani come una sorta di mente diabolica: accortosi che gli inquirenti non avevano notato il blocco nelle prime perquisizioni, anziché farlo sparire, avrebbe architettato un sofisticatissimo escamotage, andando a retrodatare giorno per giorno la spesa per crearsi un alibi preventivo.

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Una ricostruzione che lo stesso Pacciani rigettava con rabbia e sconcerto:
«Ma siamo matti! Lascio in cucina in bella vista la prova di avere ucciso due giovani e, per far intendere che non era quello dei ragazzi, vado a retrodatare la spesa? Gli’è tutta una Babbilonia, mi creda Dr. Cannella. Qui sono tutti bacati nei capo».

Una “Babbilonia” giudiziaria che, secondo il Dr. Cannella, ha tenuto per quarant’anni i riflettori accesi sui bersagli sbagliati, ignorando la pista sarda e i suoi intrecci di sangue, gli unici in grado di spiegare davvero la genesi e la fine della scia di terrore in Toscana.

Il “jolly” della Procura: l’irruzione dei Compagni di Merende
Ciò nonostante, l’impianto accusatorio iniziale non regge e Pacciani viene assolto in Appello: quelle tesi vengono ritenute il frutto di pure suggestioni. La Procura di Firenze, però, non si arrende e gioca il suo asso nella manica.

Entra in scena Giancarlo Lotti, detto il Katanga, il quale asserisce di essersi trovato l’8 settembre 1985 nella piazzola degli Scopeti insieme al suo migliore amico Ferdinando Pucci – un soggetto affetto da conclamata oligofrenia e titolare di pensione di invalidità. Stando al suo linguaggio confuso e di difficile comprensione, Lotti descrive una dinamica surreale: quel pomeriggio sarebbe andato a Firenze con il Pucci da una prostituta; poi, sapendo che Pietro Pacciani e il postino Mario Vanni stavano per andare ad assassinare la giovane coppia di turisti francesi, si sarebbe recato sul posto «tanto pe’ vedé».

Non solo: Lotti dichiarerà agli inquirenti che, nel caso in cui Pietro e Mario fossero stati disturbati durante l’esecuzione del delitto, lui e il suo fidato amico avrebbero fatto allontanare gli scocciatori, comportandosi come solerti vigili urbani. Una ricostruzione che definire inverosimile appare un eufemismo.

«Pacciani sparava e Vanni tagliava», sentenziava il Lotti. Nonostante le palesi imprecisioni nella descrizione del luogo del delitto, la Procura ha finalmente i suoi testimoni chiave.

Il giallo della 128 rossa: le galline smascherano il superteste
Il punto di rottura definitivo della testimonianza di Lotti emerge tuttavia da un dettaglio materiale: l’automobile. Quando gli inquirenti gli chiedono con quale vettura si fosse recato prima a Firenze e poi agli Scopeti, Lotti risponde senza esitazione: «Siamo andati agli Scopeti con la mia 128 rossa».

È a questo punto che l’inchiesta parallela della difesa segna una svolta. Durante i frequenti incontri tra il Dr. Cannella e l’Avvocato Nino Filastò (difensore di Mario Vanni), si decide di verificare con esattezza millimetrica due elementi: la data reale dell’ultimo delitto e la vettura effettivamente in uso a Lotti quella sera.

I risultati delle indagini difensive si rivelano clamorosi:

Il cambio d’auto: Dal 3 luglio 1985 Lotti aveva acquistato e guidava un’autovettura Fiat 124 blu (targata FI 42432).

Lo stato della 128 rossa: La vecchia auto citata dal testimone era stata cannibalizzata da mesi. Giaceva su dei ceppi, priva di ruote, volante e sedili, nel piazzale adiacente alla sua abitazione, situata proprio davanti al cancello d’ingresso di una ditta di inerti per l’edilizia dove lui lavorava.

L’auto era sotto gli occhi di tutti i camionisti che entravano e uscivano dall’azienda, i quali l’avevano vista ferma e inservibile da tempo. L’abitacolo, ormai svuotato, era diventato il pollaio di una decina di galline che vi depositavano regolarmente le uova.

Lotti, dunque, mentiva spudoratamente. Quella sera non si trovava a bordo di quella vettura e non avrebbe mai potuto vedere Vanni e Pacciani compiere il massacro degli Scopeti. Ma i dubbi non si fermano qui: anche la data dell’8 settembre indicata dalla Procura vacilla di fronte a una serie infinita di circostanze.
Mesi dopo Cannella assieme a due suoi fidati collaboratori decise di incontrate Pucci Ferdinando che senza battere ciglio alla domanda su che auto aveva Lotti nel settembre 1985, rispose con fermezza disarmante: ” Giancarlo Aveva l’auto nuova…La 124 blu”.

(Fine seconda puntata – Continua)

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